«Sa come si dice? Un buon investigatore deve sospettare di chiunque. Ma io credo che andrebbe detta in modo diverso. Per far bene il mio lavoro occorre sospendere il giudizio. Io mi sforzo di non sospettare affatto. Il sospetto è un pessimo alleato di chi cerca la verità.»

Nuvole barocche

La prima indagine di Paolo Nigra
Edizioni Piemme 
Mondadori Libri, Milano
ISBN 978-88-566-7069-1
copertina libro

vinctore del
Premio Nebbia Gialla 2019

e del

Premio Giallo al Centro 2019

Finalista
al Premio Fedeli 2019

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È sabato mattina e Genova si sta risvegliando da una notte di tempesta gelida. La pioggia ha smesso di cadere e il vento che soffia da est inizia a diradare le nubi lasciando intravedere i colori dell’aurora. Ma non è il cielo ad attirare l’attenzione di un uomo in tenuta da jogging, quanto piuttosto un cumulo di stracci che giace sulla passeggiata a qualche decina di metri da lui.
Mezz’ora dopo, il Porto Antico è invaso da poliziotti e agenti della Scientifica. Il ragazzo è riverso a terra, il volto tumefatto, indosso un cappotto rosa shocking con cui, la sera prima, non era passato inosservato alla festa che si teneva lì vicino a sostegno delle unioni civili. Si tratta di Andrea Pittaluga, studente universitario della Genova bene e nipote di un famoso architetto. Quando arriva sul posto in sella alla sua Guzzi, il vicequestore aggiunto Paolo Nigra ha già detto addio alla sua giornata di riposo e messo su la proverbiale faccia da poker che lo rende imperscrutabile anche ai suoi più stretti collaboratori.
Quarant’anni, gay dichiarato, nel constatare il feroce accanimento sulla vittima Nigra fatica a non pensare a un’aggressione omofoba. Negli ultimi tempi non sono mancati episodi preoccupanti, da questo punto di vista. I primi sospettati, però, hanno un alibi e la polizia arranca nel tentativo di trovare altre piste. Nigra è a mani vuote, una condizione che non gli dà pace. Lo sa bene Rocco, il suo compagno, che ne sconta il malumore, sentendosi rinfacciare per l’ennesima volta la scelta di tenere nascosta la loro relazione. Il rischio che, questa volta, la giustizia debba rimanere senza un colpevole è reale. A meno di sospendere il giudizio e accettare il fatto che a dominare il destino degli uomini non sia altro che il caos.

A proposito di noi

Antonio Paolacci (Maratea, 1974) e Paola Ronco (Torino, 1976) vivono a Genova e sono compagni di vita. Entrambi hanno già all’attivo diverse pubblicazioni. A quattro mani scrivono la serie dedicata alle indagini del vicequestore aggiunto Paolo Nigra, inaugurata dal romanzo Nuvole barocche (Piemme, 2019).

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Quando ci siamo incontrati, nel 2009, eravamo due giovani autori esordienti, uniti dal fatto di essere stati scoperti da Luigi Bernardi, una delle figure più illuminate dell’editoria italiana.
In qualche modo misterioso le nostre scritture si somigliavano molto, già da prima di incontrarci. Non tanto per stile, quanto per un senso estetico comune, un umorismo simile e una tensione etica che ci faceva sempre tornare sugli stessi argomenti.

La scintilla è partita all’improvviso. Avevamo da tempo questa idea che ci piaceva raccontarci e rimpallarci, improvvisando sviluppi e possibilità.
Il pensiero di lavorarci a quattro mani è arrivato di colpo, come una soluzione quasi ovvia, ma che fino ad allora ci era sfuggita. Da lì, tutto è venuto da sé con una facilità sconcertante, dandoci la sensazione magnifica di essere a un punto d’arrivo che ci aspettava da sempre.

Come si fa a scrivere a quattro mani?
Noi ideiamo insieme la trama e i personaggi, discutendone come ragazzini entusiasti; parlandone, mettiamo a punto i dettagli, trovando le soluzioni che più soddisfano entrambi; quando si passa alla fase di scrittura vera e propria, uno di noi attacca un capitolo, in base al momento o all’ispirazione, e poi lo passa all’altro; l’altro lo rivede, aggiusta a suo gusto e rispedisce la palla per una terza revisione provvisoria. E così via. Procediamo insomma come in una partita a ping pong, alla fine della quale noi per primi non saremmo più capaci di dire chi ha assestato quale colpo.

Col tempo, abbiamo scoperto che il nostro metodo di lavoro è molto simile a quello di Fruttero e Lucentini, autori che consideriamo inarrivabili maestri in più di un senso, e che per questo ci siamo permessi di omaggiare in più di un modo nei nostri romanzi, a cominciare dall’idea stessa di restare nel solco del romanzo giallo italiano, da loro in gran parte definito e portato alla massima espressione.

In due siamo in grado di sfruttare i nostri punti forti e di correggere, almeno un po’, i nostri difetti, fornendo alla scrittura uno sguardo più allargato, e anche un più forte lato umoristico, che nasce dal nostro stesso confronto divertito.
Non è sempre facile, certo. Ma lo scontro tra noi, che può essere a volte molto acceso e altre volte molto comico, è parte necessaria del lavoro, indispensabile per smussare angoli e trovare un punto d’arrivo più soddisfacente.

Se comunque chiedeste a noi come sia possibile riuscirci, noi vi risponderemmo che il merito va tutto ai nostri personaggi, che ci sembrano ormai compagni di lavoro. Sono per noi così vivi che ogni tanto giriamo per i vicoli di Genova e ci guardiamo intorno per vedere se per caso qualcuno di loro non sbucasse da un angolo.

A Nigra, specialmente, vogliamo bene come a uno di famiglia. Appena lo abbiamo ideato, ci è apparso con forza dirompente, un protagonista ideale che permette a noi per primi di osservare la realtà da un’angolazione peculiare, rivelandone verità e contraddizioni, lati oscuri e aspetti grotteschi.

Inutile dire che la sua omosessualità è un aspetto importante e decisivo, che per noi non è mai stato né anomalo né forzatamente drammatico. La sua è un’ordinaria variabile umana che, secondo noi, meriterebbe maggior spazio nella narrazione di oggi. Anche perché, visti i tempi, ci permette un punto di vista privilegiato sui meccanismi discriminatori e sulla facilità con cui si può scivolare nei pregiudizi.
Ci piacerebbe insomma che Nigra potesse entrare a far parte delle vostre vite come fa parte delle nostre. Vorrebbe dire che siamo riusciti a regalare anche a voi quello che abbiamo scoperto noi stessi: un personaggio vivo, complicato come ognuno di noi, da difendere e da cui farsi difendere, come è diritto di ognuno di noi.

La città

Genova è la città in cui viviamo, essendoci entrambi arrivati da “foresti”, come dicono i genovesi. È la città che ci ha adottato e che sentiamo come casa nostra, forse più di tutte quelle in cui abbiamo vissuto prima.
Qui sono ambientati i nostri romanzi, anche perché Genova è per noi una città incredibilmente ricca di personaggi e storie, di spazi unici, di straordinarie possibilità narrative.

La città delle indagini di Nigra

Il cielo sopra Genova era magnifico; nuvole barocche si rincorrevano lontane, verso l’orizzonte, svelando un azzurro totale. Un vento frizzante, poco adatto alla fine di aprile, increspava appena il mare scuro.

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Nigra in breve

Paolo Nigra nasce a Torino, nel quartiere Santa Rita, a metà degli anni Settanta.
Si laurea in giurisprudenza, con una specializzazione in criminologia. Dopo l’accademia, la sua carriera in polizia comincia nella Squadra Mobile di Bologna, da commissario capo. Poco dopo la promozione a vicequestore aggiunto, dichiara apertamente la propria omosessualità. Nel 2011 chiede il trasferimento e arriva a Genova.

Ha modi quasi sempre cortesi e tranquilli, ma dietro la sua faccia da poker si nasconde una personalità irta di spigoli, di quelle che usano l’ironia come un’arma e non perdonano mai un’offesa.
Gli aspetti aspri del suo carattere sono evidenti soprattutto nella vita sentimentale: il suo compagno Rocco gli rimprovera scherzosamente l’incapacità cronica di esprimere a parole quello che prova, e la maniera brusca che usa quando finalmente riesce a dire qualcosa.

Sostenitore strenuo della logica deduttiva, Nigra diffida dell’emotività e ama ragionare da solo, cosa che riesce a fare anche quando è circondato da persone che gli parlano.

Quando è alle prese con un caso complicato, oppure semplicemente è di cattivo umore, si mette ai fornelli. La sua cucina non si esprime con ricette pretenziose, ma – per dirla come Rocco – tende all’abuso di grassi e carboidrati spesso e volentieri. Del resto, con il suo metabolismo può permetterselo.

Nella sua vita ha praticato karate, aikido, kendo, poi verso i trent’anni è finalmente approdato al Tai Chi Chuan. L’antica arte marziale cinese che, con i suoi movimenti rallentati e la sua eleganza, è una forma di disciplina del pensiero, non meno che del combattimento.

Tra le sue passioni, in ordine sparso: le serie tv, rigorosamente straniere, preferibilmente intricate, idealmente lunghe molte stagioni; la sua gatta Calpurnia; i Subsonica, sempre e comunque, e in generale una certa musica degli anni Novanta, Massive Attack, Amon Tobin, Radiohead, Afterhours, Bluvertigo.

Non sa mai dove ha lasciato il telefono, fuma rigorosamente sigarette girate a mano e il suo cocktail si chiama Ti’ Punch, il modo tipico di bere rum bianco nei Caraibi francesi: lime spremuto direttamente nel bicchiere a sciogliere lo zucchero di canna, rhum agricole blanc e ghiaccio. Inutile dire che la qualità del rum è fondamentale: Nigra apprezza molto il Neisson.