Che cosa c’entra Aboubakar con il dibattito su Montanelli?

di Paola Ronco

Mentre noi ragioniamo su Montanelli, Aboubakar Soumahoro si è incatenato a Villa Pamphili, dove si stanno tenendo gli Stati Generali. Ha cominciato uno sciopero della fame che durerà finché il governo non darà risposte su tre punti:

1. Riformare la filiera agricola con l’adozione di una patente del cibo, per garantire ai consumatori un cibo eticamente sano e per liberare contadini/agricoltori e i braccianti dal giogo dello strapotere dei giganti del cibo che favoriscono il caporalato (digitali e dei colletti bianchi).
2. Cambiare le politiche migratorie con: regolarizzazione di tutti gli invisibili con un permesso di soggiorno per emergenza sanitaria convertibile per attività lavorativa; cancellazione degli accordi libici e dei decreti sicurezza con riforma dell’accoglienza; cittadinanza a chi è nato e cresciuto qui.
3. Varare un Piano Nazionale Emergenza Lavoro, per assorbire tutte le persone che hanno perso e che rischiano di perdere il lavoro per questa emergenza sanitaria.

Qualcuno potrebbe pensare che sto dicendo questo per sottolineare come sia sciocco concentrarsi su un personaggio considerato ‘del passato’, con tutti i problemi che abbiamo ora. E invece no, vorrei fare un altro ragionamento.
Già, che cosa c’entra Aboubakar Soumahoro con Montanelli?

La cosa più sconvolgente del dibattito in corso, e forse quella che sta passando più inosservata, è scoprire quante persone non sapessero quasi nulla di Montanelli.
Moltissime hanno letto sconvolte per la prima volta il brano in cui si racconta delle autodefinite ‘nozze’ con la bambina Destà, oppure hanno visto la disputa televisiva con Elvira Banotti.
Un numero anche maggiore ha scoperto in questi giorni che Montanelli aveva negato per decenni l’utilizzo dei gas durante la guerra eritrea, comportandosi come un pessimo giornalista e un ancora peggiore storico. Tantissimi hanno letto in questi giorni l’approssimazione professionale di un uomo che ha preso per oro colato le veline della questura che additavano Pinelli e Valpreda come colpevoli, che ha difeso Priebke, che ha usato l’allusione e l’insulto per denigrare gli avversari, abusando della retorica vittimista del ‘so che ora mi darete tutti addosso, ma io che sono scomodo la penso così’.

La prima domanda da porsi, forse, è: ma allora che cosa sapevano tutti di Montanelli?
Probabilmente di lui è rimasto quasi solo l’antiberlusconismo, cosa che lo ha reso un’icona per un certo centro-sinistra orribile, troppo impegnato a farsi percepire come più moderato dei moderati, per preoccuparsi di andare per il sottile nella ricerca di modelli, e che negli anni ha imbarcato i personaggi più improbabili, bastava che dicessero Berlusconi cacca o Salvini cattivo.

Questo porta a un’altra domanda: chi ha pompato il personaggio Montanelli, creandone un’agiografia fin da quando era ancora vivo?
La risposta, anche qui scontata, è che i suoi colleghi e allievi, tutti maschi ma sarà sicuramente un caso, hanno esaltato la sua figura perché in questo modo hanno potuto vivere della sua luce riflessa per anni. “Il maestro Montanelli – di cui sono stato allievo, coff coff – è indiscutibilmente il più grande giornalista degli ultimi secoli”, hanno detto in coro per tutto il tempo, continuando a occupare posti importantissimi, interpretando il mestiere del giornalista come se fosse una dépendance del proprio ego, molto arguti nel polemizzare e sempre pronti ad andare a cena fuori tutti insieme, militareschi nel silenziare qualsiasi voce differente che si sia mai levata in questo paese, e nel criminalizzarla se si faceva troppo alta per essere ignorata.

Perché sì, mentre la grancassa diceva quanto fosse bravo Montanelli, altre persone sapevano perfettamente che cosa avesse fatto e quali errori professionali avesse commesso. E lo hanno detto e scritto, anche, per anni. Così come hanno parlato di un paese devastato, di generazioni perdute in lavori demenziali, mortificate e umiliate nel loro desiderio di contribuire alla cultura, di connazionali trattati come clandestini pur se nati qui, di mafie pervasive e clientele infrangibili, di sfruttamento continuo e sfacciato, di alienazione, di vera e propria schiavitù.
Solo che il sistema dell’informazione è fatto in questa maniera, per cui ottieni il tuo palcoscenico in tv se spacchi le zucche a martellate o se mostri il plastico della scena del crimine. Se ti va bene, magari ti offrono un posto da freak: dai, Marco Rizzo, dicci ancora quella del comunismo sovietico e della sinistra fucsia arcobaleno, ed ecco a voi Adinolfi che darà dei malati a tutti gli omosessuali in prima serata, tranquilli che poi ritratterà tutto con una supercazzola, ma passiamo la parola a Borghezio, che interpreterà per voi il disinfestatore di vagoni dei treni – che poi ad alcuni è andata bene, c’è pure chi ci è diventato ministro dell’interno, con questo sistema.

Ed ecco che torniamo al punto di questi giorni, per ribadire ancora una volta che non è Montanelli il punto su cui stiamo ragionando. Per favore, non caschiamo anche stavolta nella solita trappola di vedere soltanto quello che è inquadrato in primo piano. Il punto è che i media nazionali dedicano fiumi di inchiostro alla ‘furia iconoclasta’ e ai secchi di vernice, e concedono un trafiletto ad Aboubakar Soumahoro e a chiunque stia lottando per ridefinire i rapporti di lavoro, la regolamentazione dell’immigrazione, la sostenibilità della filiera agricola, l’aiuto a chi non ha niente, indipendentemente da dove sia nato. Buttano in campo fior di direttori per raccontare affannati quanto fosse antirazzista Montanelli, e non pensano nemmeno per un secondo che sarebbe interessante sentire anche quello che hanno da dire scrittrici, intellettuali e studiose di origini africane che sono nate qui.

Il punto è capire, una volta per tutte e senza retorica, che quello che appare sugli schermi e che si legge sui giornali non è la realtà, ma una manipolazione astuta e spesso criminale, che ridicolizza o criminalizza le lotte per disinnescarle, che nomina capipopolo ed esalta modelli del tutto innocui, funzionali a uno statu quo fatto di ingiustizie abilmente spazzate sotto il tappeto. Il punto è ripensare da zero a questo sistema coloniale dell’informazione, e cercare modi per ribaltarne le storture.

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