Chi vuole mettere il bavaglio a chi?

Continua a crescere l’idea di un fantomatico e non ben identificato potere distruttivo, il cosiddetto “politicamente corretto”, che metterebbe il bavaglio ad artisti e narratori.
E se la verità fosse l’esatto contrario?

di Antonio Paolacci

A quanto pare, abbiamo un problema.
Giornalisti, scrittori, intellettuali e semplici utenti dei social sono in allarme. Dicono che c’è qualcosa, là fuori, una minaccia, qualcosa o qualcuno che vuole danneggiare la nostra cultura, ovvero La cultura.

Perfino l’introduzione dell’ultimo libro di Walter Siti sembra aprirsi con questa certezza
È successo cioè che, nel leggere il discorso pur molto condivisibile che fa Siti, l’occhio mi sia cascato dolorosamente su frasi come “in ossequio a quel ‘politicamente corretto’” sorrette da affermazioni purtroppo inesatte come: “la Disney ha tolto Gli Aristogatti dal catalogo disponibile a tutti e l’ha riservato agli adulti”, e “stessa sorte è toccata a Peter Pan”. 
Notizie false, in realtà, che però sono state così tanto ripetute da diventare verità assodate perfino per un intellettuale attento come Siti.
Eppure potete voi stessi verificare con un clic che nessuno ha tolto i film citati dal catalogo disponibile, né li ha riservati agli adulti. Cliccate qui per Gli Aristogatti e qui per Peter Pan: come vedete, sono entrambi sulla piattaforma, con l’etichetta “per famiglie”.  
[Per chi volesse conoscere meglio questo caso di disinformazione, ne ho parlato qui]

Ma, a parte il “non-caso” Disney, leggiamo ormai di continuo nuovi “casi” di queste presunte “censure”, e purtroppo per scoprire che non sono censure affatto, occorrerebbe ogni volta andare a verificare notizia per notizia.
Si parla di Via col vento, La capanna dello zio Tom, Arancia Meccanica, Il mercante di Venezia, Grease. ma andando a scavare si scopre soltanto che per queste opere “ci sono state obiezioni”, oppure “critiche”, insomma qualcuno si è lamentato, magari le ha trovate offensive, razziste, maschiliste. Ma chi e dove? Il più delle volte qualche tizio o tizia su Twitter. E con quali conseguenze? Nessuna. 

Di recente è circolata la notizia che Le supplici di Eschilo sarebbero state “vietate alla Sorbona perché il coro usava il blackface”.
E così parrebbe che una Università tra le più prestigiose al mondo addirittura “vieti” Eschilo. Ma è possibile? 
No. E difatti non è vero. In realtà si trattava di un episodio marginale parigino, dove sotto accusa non era Eschilo ma esclusivamente l’uso del blackface, ovvero una scelta di regia, di un regista di oggi, anche piuttosto ininfluente, e di certo del tutto irrilevante nella storia del teatro e della cultura.
E attenzione, perché poi nemmeno questo irrilevante spettacolo è stato propriamente “vietato”, termine che allude a un’autorità con il potere di proibire. Lo spettacolo è stato solo boicottato – con delle proteste – da alcuni studenti.

All’opposto rispetto alle censure, ci sono poi i casi di presunti lavori realizzati “in ossequio al politicamente corretto”.
C’è per esempio il caso di un Amleto-donna, deriso o raccontato con allarme, perché allora “dovremmo fare Madame Bovary uomo” o roba simile.
E un altro caso, che pure cita lo stesso Siti, è quello di una certa messa in scena della Carmen a cui sarebbe stato cambiato il finale in nome del “politicamente corretto”. In realtà è stato cambiato per una scelta del regista, una normale prassi teatrale almeno dagli anni Settanta, e cioè da ben mezzo secolo. 
Chiunque conosca il teatro contemporaneo sa benissimo che le opere classiche possono essere stravolte a piacimento, perfino ribaltate, per seguire la poetica di chi le mette in scena. Amleto è stato interpretato da una donna per la prima volta nel 1899, più di un secolo prima che si iniziasse a parlare di “politicamente corretto”. E poi sempre Amleto è stato trasformato in scena in un buffone, in una maschera della commedia dell’arte, in un Pulcinella-Totò, e molte volte non è morto nel finale, o è risorto, o è scappato con Ofelia, rimasta viva anche lei, o si è tolto una maschera rivelando di essere qualcun altro, nonostante quanto previsto da Shakespeare.
Nel 1972 Luca Ronconi entrò nella storia del teatro proprio modificando a suo piacere l’Orestea di Eschilo, usandola per parlare del suo presente e di un futuro fantascientifico.
Una volta ho visto un Orlando Furioso in cui Orlando, arrivando sulla Luna in tuta spaziale per recuperare il senno, raccoglieva dal pavimento un cazzo di plastica fluorescente, e sono piuttosto certo che l’Ariosto non avesse scritto la scena in quel modo.

Il fatto allora è che, se non c’è nessuna vera censura dei testi passati, c’è però un certo ostracismo per le opere contemporanee che danno spazio a categorie discriminate o che affrontano in qualche modo il problema dei privilegi di altre catogorie.
E in casi come questi, chiunque metta becco su delle scelte di un/a regista – presupponendone le ragioni in modo del tutto arbitrario – entra a gamba tesa nel lavoro di un/a artista, con l’intenzione di togliergli attenzione o importanza.

Si parla tanto di opere censurate in nome del “politicamente corretto”, ma assai poco o niente dell’opposto: gli attacchi, spesso misti a una certa derisione, a opere che vengono etichettate arbitrariamente come “ossequi al politicamente corretto”. 

Basti guardare a come facilmente oggi venga ridicolizzata o sminuita qualunque narrazione contemporanea che contenga personaggi o aspetti che risultano strani agli occhi delle vecchie generazioni, e parlo di cose come donne forti e protagoniste, ragazzi neri che parlano in dialetto e vanno al liceo in città italiane, coppie gay non tormentate o addirittura con dei figli. Realtà insomma assolutamente presenti nella nostra quotidianità, che però vengono viste come “anomalie”, “forzature”, adesioni a una “moda” o furberie “per vendere oggi”. Come se la narrativa contemporanea non solo non possa, ma anzi non debba rappresentare quello che abbiamo intorno.

Trent’anni fa era forse “moda” o “furberia” raccontare in Italia la storia di una ragazza che “voleva i pantaloni”, costretta nelle restrizioni mentali e culturali della Sicilia di quegli anni? O forse nel 1961 in America era “ossequio al politicamente corretto” mostrare i pregiudizi inconsapevoli di una coppia progressista che si ritrovava la figlia fidanzata con un affermato e colto afroamericano?
No, certo, niente del genere. Come sappiamo, si trattava di raccontare una contemporaneità che cambiava. Era un diritto. Era anzi un dovere.

E così oggi, come narratori, anche noi abbiamo non solo il diritto, ma il dovere di confrontarci e registrare i cambiamenti sociali dell’epoca in cui viviamo. Il che non vuol dire pretendere di “cambiare il mondo”, al contrario: vuol dire raccontarlo per ciò che è. 
Viviamo in un’epoca in cui, stando ai fatti, non esiste nessuna censura delle opere passate. Semmai esiste una cultura dominante che ha paura, prova fastidio, o si trincera nel passato, quando incontra narrazioni “nuove” ai suoi occhi. E quindi, in questa realtà in mutamento, la nostra epoca ci pone anche l’ostacolo di una classe culturale dominante allarmata proprio dai mutamenti, e impegnata nello sforzo di fermarli. Un atteggiamento “conservatore” in senso letterale, che preferisce raccontare pericoli inesistenti, invece di raccogliere la sfida di vivere nel presente.

Chi invece lavora con onestà, verificando i fatti che racconta, facendo ricerca per conoscere pezzi della società contemporanea che ieri non c’erano, riesce a restituire narrazioni realistiche di questo tempo: un tempo in cui, tra le altre cose “nuove”, moltissime persone discriminate pretendono diritti sacrosanti, e alzano la voce per raccontare i propri antichi problemi, e lottano per non essere più considerat* inferiori, meno abili o meno dotat* dei non discriminati, avendo tutto il diritto di dichiararsi offes* da certi cliché.

E come raccontare tutto questo, beh, sono scelte personali, diritti inviolabili di ogni artista, che ogni artista affronta come vuole, cambiando finali, se crede, o dando voce a donne, neri, gay, con buona pace di chiunque metterebbe loro il bavaglio. 

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