La guerra del politically correct e le nostre resistenze

Qualche tempo fa, durante le rivolte che sono seguite alla morte di George Floyd, è girato molto un tweet che diceva così:
“Classe lavoratrice: ci aiutate?
Repubblicani: No
Democratici: No, ma corredato da cuore, bandierina arcobaleno, hashtag di Black Lives Matter”

Ho ripensato a questo tweet stamattina, leggendo le maree di commenti negativi, sarcastici e a volte violenti che hanno accolto il cambiamento effettuato sul sito web della Casa Bianca: niente di che, è stata semplicemente ampliata la scelta dei pronomi da inserire al momento di compilare il modulo di contratto.
Una roba molto basica, che avrà richiesto una decina di minuti. Serve a qualcosa? È solo facciata? Certamente non migliorerà la vita materiale di quelle persone che non si identificano nel proprio genere, ma probabilmente è un minuscolo gesto che le aiuterà a sentirsi meno escluse del solito. Toglie qualcosa a chi si identifica in un ‘lei’ o ‘lui’? Sicuramente no.
E allora perché tutto questo fastidio esibito e rimescolato? Che cosa smuove un’ostilità così accanita?

Una parte delle persone che disapprovano questi cambiamenti, non ne dubito, crede davvero che siano solo scelte di facciata, e non ha proprio tutti i torti. Il politicamente corretto nasce in ambiente liberal, e molto spesso copre il senso di colpa di chi si sente comunque superiore a determinate minoranze, e non se ne rende neanche conto. Povero afrodiscendente, povera persona Lgbti+, povero disabile, i miei antenati ti hanno chiamato ne*ro, fro*io, trav*ne, mongol*de fino all’altro ieri, ma io sono una brava persona e quindi dirò che sei ‘di colore’, ‘gay’ e ‘diversamente abile’, e mi arrabbierò molto contro chiunque si ostini ancora a insultarti, pur senza fare assolutamente nulla di concreto per migliorare le tue condizioni socio-economiche e per ampliare i tuoi diritti, e senza mai pensare che sei una persona come me. Anzi, magari ti dirò pure che sei migliore di noi persone ‘normali’, tipo i cani che gli manca la parola.
È la risposta liberal alla richiesta di aiuto delle classi lavoratrici: no, non ti aiuterò, esattamente come quegli altri, ma simpatizzo molto con le tue lotte e sfilerò insieme a te ai Pride e alle manifestazioni antirazziste, ho persino firmato una petizione per far licenziare qualcun* che ti ha insultato sui giornali.

Tutto questo è molto vero e molto irritante. Ma.
Ma cosa c’è dall’altra parte? Quali sono le politiche concrete di chi disprezza platealmente queste piccolezze formali? Che cosa pensava di fare S**ni, quando ha fatto togliere la dicitura ‘genitore 1’ e ‘genitore 2’ e ha insistito per mettere ‘mamma’ e ‘papà’, soltanto per dirne una? A me, che sono madre e vengo chiamata mamma, toglie qualcosa se firmo un documento in cui sono ‘genitore o chi ne fa le veci’? A me non toglie nulla, ma avete una piccola idea delle grane che hanno avuto due mie amiche, madri di un bambino, durante la pagliacciata dei documenti con mamma e papà?

L’ipocrisia di una parte della classe politica che con grande sprezzo del ridicolo si definisce di sinistra è innegabile, ma se ci indigna molto più della malvagità, della cattiveria plateale, del tutto politica, della parte avversa, non è che forse c’è un problema? Non è che andrebbe fatta una riflessione su questo?
Certo, molte persone risponderanno che loro si indignano per entrambe le cose, e anche questo è vero. Così come moltissime persone che usano gli asterischi non sono in nessun modo ipocrite, anzi, sono spesso impegnate politicamente e socialmente, allo stesso modo una buona parte di chi detesta il politicamente corretto a tutti i costi è senz’altro in buona fede.

Non è facile, e uno dei motivi per cui ci troviamo in questi pantani è anche perché per anni sono state semplificate questioni enormi, ingarbugliate, sedimentate in profondità, ridicolizzandone di fatto la portata. La disabitudine a riflettere su tematiche complesse, contraddittorie, la tendenza allo spirito da derby. La mia squadra è questa e quindi la sostengo in maniera acritica, la tua squadra è merda e quindi anche tu che la sostieni.
Non è facile per niente, eppure dobbiamo provare una sintesi: criticare le politiche liberal, stanare le loro ipocrisie, combattere per un mondo più giusto si può fare anche senza sminuire il tentativo di avere un linguaggio più inclusivo, anzi, incoraggiandolo e prestando più attenzione a tutte le persone. Così come apprezzare dei piccoli gesti – il modulo di contatto modificato, il rientro USA negli accordi di Parigi sul clima – non dovrebbe impedirci di fare attenzione a tutto il resto: nulla da dire sulla scelta del nuovo segretario dell’agricoltura americano, per esempio? Andate a guardarvi perché Tom Vilsack viene chiamato ‘mister Monsanto’, a proposito di ambiente.
Combattere le politiche di estrema destra per quello che rappresentano si può fare anche senza assecondare i deliri isolati di alcun* picchiatell* che ritengono l’Odissea un’opera sessista e quindi da togliere dal programma, non da contestualizzare.
E anche, essere delle persone responsabili e rispettose si può fare anche senza cascare tutte le volte nelle trappole di certi titoloni che poi, a un esame più approfondito, si rivelano bufale (la faccenda dell’Odissea riguardava una sola high school del Massachusetts, ma sui giornali è uscita come ‘negli USA toglieranno l’Odissea da tutti i programmi!’). E si può fare, soprattutto, tenendo a mente che ci troviamo in un momento storico in cui, finalmente, molte minoranze stanno acquistando una voce forte e autonoma: se siamo persone bianche, etero, cisgender di una certa età, di certo siamo cresciute in un contesto in cui la parola veniva data soltanto ad altre persone bianche, etero, cisgender di una certa età, e quindi tendiamo a pensare che quella sia la cifra del mondo. Ecco, no, non lo è mai stata, e ora si comincia a vederlo con maggiore chiarezza.

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