Genova è una cicatrice

Di Paola Ronco

Del mio personale G8 non parlo quasi mai.
Non ne parlo perché io non c’ero. Non ero presente fisicamente, non ero nemmeno in Italia. Mi ero trasferita da poco in Inghilterra, ci avrei passato quasi cinque anni.
Non ne parlo perché ci sono andati in tanti, tra quelli che conoscevo, e nessuno di loro ne è tornato uguale a prima.

Ci sono stati i miei genitori, prima di tutto. Erano pronti come per andare a una festa, in maglietta e scarpe comode. Come tanti erano stati a certe assemblee in cui ci si divideva lo spazio tra ventenni pieni di piercing e cinquantenni fricchettoni. Avevano memorizzato i numeri degli avvocati del Social Forum, ‘che non si sa mai’, ma non avevano mai creduto veramente che ce ne sarebbe stato bisogno.
I miei genitori si erano preparati per andare a una festa, ma era arrivato il 20 luglio, e come tutti anche loro avevano visto la vera faccia del potere. E avevano sentito un presidente della repubblica che chiedeva loro di non andarci più, a Genova, il giorno dopo.
I miei genitori invece sono partiti, la mattina del 21 luglio. Sono saliti su un pullman insieme a tanti altri.
I miei genitori, qualche ex ministro li definirebbe zecche rosse, anche se sono le persone più pacifiche e incensurate che esistano al mondo.
I miei genitori si sono presi i lacrimogeni in faccia, sono scappati da una parte all’altra di corso Italia, sono stati inseguiti e trattati come dei criminali da uno stato che non si riconosceva più.
Mia madre ha avuto una costola incrinata dopo essere stata travolta da alcuni manifestanti che correvano via da una carica. Mio padre per la prima volta in vita sua ha alzato il dito medio contro il cielo, contro gli elicotteri che volavano bassi e buttavano i lacrimogeni addosso alle persone.
Sono tornati a Torino nel cuore della notte, nel silenzio surreale che regnava nel pullman, con blindati e camionette che sfrecciavano dalla parte opposta, tutti in corsa per andare anche loro a stuprare Genova. Mia madre racconta sempre, ogni anniversario, il terrore che una di quelle camionette potesse far fermare il pullman, e il sospiro di sollievo che si è levato quando in autostrada è apparso il cartello con su scritto Piemonte.
Sono tornati a Torino, e hanno saputo quello che stava succedendo alla scuola Diaz. Non se ne sono nemmeno stupiti troppo. Era saltato tutto, ha detto mia madre. Non c’era più la legge, non c’era più niente.

I miei genitori, il giorno dopo, erano ustionati dal sole, doloranti, tremanti, increduli. La prima telefonata che hanno ricevuto, oltre alle mie, è stata quella di una zia di mia madre. Si aspettavano preoccupazione, sconcerto. Hanno ricevuto una fila di insulti. Siete andati a distruggere Genova, l’ho visto in televisione, ha detto la vecchia zia. Che cosa vi è saltato in testa, siete peggio dei teppisti, ha insistito. Mia madre le ha chiuso il telefono in faccia.

Ho parlato con gli amici che c’erano stati. Qualche volta subito dopo, altre volte ho dovuto lasciar passare molto tempo.
Mi sono fatta raccontare la notte della Diaz da una mia amica che avrebbe dovuto dormire lì, e invece si era fermata in un bar poco distante per bere una cosa. Ho immaginato la scena dei cellulari che iniziano a squillare, e le bestemmie del barista che ha tirato giù la serranda, salvando tutti i presenti.
Ho raccolto storie e voci, rabbiose o sussurrate. Quelli che si sono ritrovati in corso Torino, inseguiti dalle camionette dei carabinieri che sbandavano per la velocità, e che sono saltati su un muretto per non esserne schiacciati. Quella che ha avuto il naso fratturato dai manganelli e non ne ha mai parlato con nessuno. Quello che ha visto le suore che venivano caricate in piazza Manin. Quella che era dalle parti di Marassi e ha visto i black bloc bruciare il portone del carcere, con i carabinieri immobili a due metri. Quelli che molti mesi dopo, al bar, vedendo entrare un gruppo di poliziotti hanno cominciato a sentirsi mancare il fiato, e sono dovuti uscire in fretta per non farsi venire un attacco di panico.

Io non c’ero, al G8. Ci sarei dovuta essere.
Tutti noi, chi c’era e chi avrebbe voluto, credevamo in un mondo diverso e più giusto. Eravamo contro il neoliberismo, contro il capitalismo e contro lo sfruttamento. Volevamo un mondo unito dalle nostre differenze, non dall’economia falsata delle banche. Eravamo no global prima che questa parola venisse saccheggiata e svuotata di ogni significato dal delirio dei sovranisti di oggi. Eravamo in tanti.
Avevamo ragione noi, ma davvero non avevamo nient’altro.
Abbiamo perso. Siamo stati travolti da un sistema che da allora non ha più smesso di isolarci e minacciarci. Non siamo stati capaci di passare al contrattacco.

Io al G8 non c’ero, e forse per questo ho cominciato a scriverne. Mi capita spesso di pensare che non finirò mai di guardare questa cicatrice.
Al G8 non c’ero, e non me lo perdonerò mai. Per questo non smetterò mai di scriverne.

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