Creare la realtà

di Paola Ronco

Ieri, quando a Bristol una folla enorme ha abbattuto la statua di Edward Colston, celebre filantropo ‘ma anche’ mercante di schiavi, mi sono commossa.
Non tanto e non solo per la grande portata simbolica del gesto, quanto per una serie di motivi personali che, spero, mi aiuteranno a raccontare un paio di pensieri.

La prima cosa personale è che io a Bristol ci ho passato quasi cinque anni, dal 2001 agli inizi del 2006. Quella statua, intorno alla quale erano già vive da tempo le polemiche, l’ho vista quasi ogni giorno, passando di lì per andare al lavoro.
Io, prima di arrivare là, non avevo mai messo un piede fuori dall’Italia e dal mio piccolo universo da studentessa. Non ricordo più, ormai, che cosa mi aspettassi, so solo che l’esperienza inglese non è mai somigliata a nulla di quello che potessi immaginare, e a nulla di abbastanza gradevole da entrare in un romanzo di formazione.
A Bristol ho lavorato – anche – nei call center: noi stranieri di ogni dove, preziosi parlatori di lingue estere, fianco a fianco con una classe medio-bassa di studenti e/o lavoratori già sconfitti. Persone con la pelle e il corpo segnati da una pessima alimentazione, che arrivavano alle otto del mattino con la loro colazione: una Diet Coke e un pacchetto di patatine gusto sale e aceto. Persone che al venerdì parlavano eccitate della serata devasto che avrebbero passato al pub dopo il lavoro, e che al lunedì raccontavano quanto avevano bevuto nel weekend.
Noi, gli stranieri, eravamo raggruppati in un angolo. Ricevevamo uno stipendio un po’ più alto, in merito del nostro bilinguismo, e a confronto avevamo meno lavoro degli altri, i quali per questi due motivi ci odiavano. Non lo dico per dire. Ci odiavano veramente, con tutto il cuore.
Il disprezzo che ho sentito sulla mia pelle di italiana mangiaspaghetti, in quegli anni inglesi, mi impedisce ancora oggi di parlare volentieri di questa esperienza.
Andare a portare il mio cv nelle agenzie interinali, e uscire sentendo la voce sussurrata che diceva con ‘quel tono’: Italian.
Ascoltare le battute, infinite, su mafia pizza siesta e mandolino, perché in fondo la razza non era tanto italiana, quanto proprio mediterranea. Pigri, imbroglioni, inaffidabili.
Avrei potuto diventare, per reazione, una di quelle persone nazionaliste che sventolano le bandiere e credono che in fondo davvero ognuno dovrebbe starsene a casa sua. Non ho mai avuto quel tipo di carattere, per cui mi sono limitata a deprimermi, e a chiudermi spesso in casa a leggere.

In quegli anni è uscita nei cinema la trilogia del Signore degli anelli, e io ne ho approfittato per leggerlo, finalmente. È qui che arriva la seconda cosa personale, perché io quei tre libri li ho amati alla follia, per quello che mi hanno raccontato di me e per come mi hanno aiutata a fuggire in un altro mondo. Un mondo dove, sul serio, anche l’essere più piccolo e insignificante poteva fare la differenza.
Vi ricordate cosa sono i palantir? Sono delle pietre veggenti, che permettono a chi le osserva di comunicare con chiunque ne tenga in mano una in quel momento.
Denethor, sovrintendente di Gondor, ne ha una, e quando si rende conto del grande pericolo che minaccia le sue terre si convince di poterla usare. Il problema è che Sauron, signore del male, lo inganna, e gli fa vedere soltanto quello che vuole lui.
Denethor perde il senno, convinto che ormai la disfatta sia imminente, e si dà fuoco per non essere catturato vivo.

In quale palantir stanno guardando, le innumerevoli persone per cui tanto è tutto inutile?
Quali notizie stanno trapelando, dai nostri palantir governativi, e a quali decidiamo di credere oppure no?

Ogni mattina e ogni sera, per quasi cinque anni, sono passata davanti alla statua di Edward Colston, eretta in una delle piazze principali di Bristol. Ogni volta mi sono chiesta perché quella statua fosse lì, quando molte volte al mese una mano ignota passava di lì a posare un cartello che dava il giusto nome al benefattore della città: mercante di schiavi. Schiavi, esseri umani marchiati a fuoco e usati come merce, per accrescere la ricchezza di pochi.
Non è che ci pensassi con odio o con accanimento. Me lo chiedevo. Non pensavo che sarebbe potuto cambiare qualcosa.
Così come pensavo alle nostre vite di impiegati in un call center: stanchi, sottopagati, sconfitti, tutti, ognuno contro l’altro.
Così come pensavo al modo in cui un movimento gigantesco era stato piegato e assassinato, sotto i lacrimogeni, i manganelli e la criminalizzazione, a Genova.
Il mio palantir mi diceva che avevo ragione a volere giustizia ed equità per chiunque, ma che il mondo era fatto in questo modo, purtroppo.
Mi diceva che sì, il capitalismo stava uccidendo le persone e il pianeta, ma era troppo potente e pervasivo per essere cambiato e ridiscusso.
Mi diceva che è vero che le persone sono tutte uguali, ma alcune rischiano molto più di me di morire durante un controllo di polizia, vengono considerate ancora merce, usate come schiavi nei campi, perennemente straniere, illegali, indesiderate, nonostante siano nate qui.

Poi, però, ieri migliaia di persone hanno deciso che i loro palantir forse non erano la realtà, e che comunque non trasmettevano nulla di interessante. Sono scese in strada, hanno preso dei cavi, hanno tirato giù la statua di Edward Colston e l’hanno buttata nel fiume.
Poi, sempre ieri, il consiglio municipale di Minneapolis ha votato per sciogliere la polizia cittadina, e New York ha annunciato il defunding delle sue forze di polizia, in favore di interventi sociali.
Poi, da giorni, milioni di persone stanno chiedendo a voce sempre più alta che ci venga tolto quel ginocchio dal collo, perché non possiamo respirare, perché ora basta.
I nostri palantir sono strumenti potenti, molto pericolosi da usare. Possiamo guardarci dentro fino a impazzire, possiamo credere senza stancarci a quello che ci strillano. Oppure possiamo decidere che è ora di tornare a creare la realtà, quella vera, nelle strade, nelle nostre comunità, dal basso. Senza paura di poter fallire un’altra volta.

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