La guerra dei disegnini

di Paola Ronco

Ho visto la schermata dell’app Immuni, con tutte le conseguenti polemiche, dal mio personale punto di osservazione degli ultimi mesi: una casa immersa nel caos, giocattoli per terra, lego ovunque pronti a conficcarsi nei piedi, il portatile sempre acceso, il cellulare vicino nel caso chiamassero dal lavoro, la cucina ridotta a una mensa da campeggio.
Da marzo sia io che il mio compagno siamo in smart working con nostro figlio a casa, alternando cassa integrazione, reperibilità al lavoro, angosce varie per il futuro, insonnia, quella specie di allegria un po’ isterica che viene dalle catastrofi, l’obbligo di reggere con una mano Iron Man e farlo parlare, mentre con l’altra si risponde a una mail importante, il tempo da strappare via con i denti per riuscire a fare cose frivole come lavarsi, leggere, scrivere le nostre cose in orari che non siano sempre e solo notturni.

Eppure noi siamo di quelli cui fin qui è andata bene, tutto sommato. Ci dividiamo i lavori, nessuno di noi pensa di dovere o non dover fare qualcosa per la casa, abbiamo una buona tolleranza del disordine – nel senso che fingiamo borghesemente di non vederlo. Soprattutto, siamo coscienti che la gestione della casa è un compito che non piace a nessuno dei due e quindi niente, si fa piangendo perché va fatto, chiusa lì.
Siamo l’unica famiglia ‘tradizionale’ fatta in questa maniera? Ovviamente no, ci mancherebbe. Siamo tutti così, pronti a condividere i carichi? Direi proprio di no.

Ecco quindi che in una situazione del genere, con questa consapevolezza, trovo che la discussione impostata sulle due illustrazioni sia tutta sbagliata, fin dalle premesse. Di più, trovo che sia una trappola fatta apposta per non risolvere nulla, per non avviare in realtà alcun dibattito capace di portare a proposte e cambiamenti.
Nel suo bellissimo e illuminante ‘Comunismo queer’, Federico Zappino fa questa osservazione tremendamente lucida: quello che spesso noi definiamo ‘stereotipo’, in realtà non è altro che la fedele rappresentazione – e quindi la legittimazione – della norma.
È davvero distante dalla realtà, la rappresentazione della madre con il bambino in braccio e il padre al lavoro al computer?
Siamo davvero certi che sia una stranezza di poche famiglie patriarcali devote alla patria e al sacro cuore di Maria? È andato tutto bene in questo lockdown? Quanti uomini conosciamo che ritengono del tutto giusto, non solo normale, dividersi i compiti come negli anni cinquanta? Quante donne si stanno dimettendo in queste settimane, costrette a scegliere tra il lavoro e la gestione dei figli privati della scuola?

E anche: quanto è stridente, spiacevole e sbagliata la correzione fatta in fretta e furia, con il padre che tiene il bambino e la madre che lavora?
Che idea della realtà ci sta portando a ritenere un figlio una seccatura da sbolognarsi a vicenda, in modo che possiamo fare l’unica cosa che pare legittimarci come umani, cioè lavorare, sempre disponibili a ogni ora del giorno e della notte?

Il fatto è proprio questo. Non è farsi la guerra per stabilire i turni delle cose spiacevoli – laddove lavare i piatti è equiparabile a tenere un bambino, in quest’ottica malata. Non è urlare per avere una rappresentazione pubblicitaria equa, lasciando che la realtà continui a essere uguale a prima.
Il fatto è rendersi conto del tipo di società che stiamo avallando, spesso senza rendercene conto.
Una società con tutti i disegnini al posto giusto, e con un sacco di polvere sotto i tappeti.

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