Legittima difesa – racconto

Riproponiamo qui di seguito un nostro racconto, pubblicato su “La Città. Giornale di società civile“, nel numero di aprile-maggio 2019

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Il telefono squillò nel cuore della notte, maligno come una fucilata e didascalico come l’inizio di un romanzo giallo. Le raffiche di pioggia si abbattevano a ondate sulle finestre, con un rumore che aveva conciliato il sonno in maniera deliziosa, fino al primo squillo.
Il vicequestore aggiunto Nigra si sentì strappare dal buio tiepido di qualche sogno ormai distante, annaspò per riprendere fiato, provò a muovere una mano fuori dalle coperte. In questura, i poliziotti più esperti spergiuravano di essersi abituati senza alcun problema al brusco passaggio dalla fase Rem più profonda alla veglia; Nigra sapeva che mentivano. Per lui era impossibile, semplicemente, sopportare senza danni quella scossa violenta.
«Porco Giuda», biascicò, la mano a tastare i contorni del comodino, il cervello impegnato a svegliarsi e nello stesso tempo a porsi la solita, terrificante domanda: dove diavolo era finito il cellulare?
Dall’altro lato del letto arrivò una specie di borbottio, che finì per svegliare quasi del tutto Nigra; doveva trovare il maledetto arnese in fretta, prima che…
«Nenè, la luce», scandì Rocco con voce sepolcrale.
«Eh?»
«Accendi. La. Luce».
«Ma no, così ti sveglio», ribatté Nigra, senza riflettere.
«Ah certo, che gentile», sospirò Rocco, ficcando la testa sotto il cuscino.
Nigra colpì lo spigolo del comodino con il polso, cercò a tentoni il tastino dell’abat-jour e lo premette un istante prima che la gatta Calpurnia saltasse sul letto con un miagolio indignato, abbattendosi prima sul braccio nudo di Nigra e poi sul torace.
Il vicequestore aggiunto la allontanò con uno scatto fluido e ben collaudato che la spedì in fondo al letto, poi ricordò che il cellulare era nel cassetto del comodino e lo aprì con foga eccessiva, facendolo crollare a terra insieme a tutto il contenuto.
«Maronn’ ro Carmine, proprio ‘na guardia mi dovevo trovare», gemette Rocco da sotto il cuscino.
Nigra allungò una mano per sfiorare la spalla del suo compagno, ottenendone un grugnito. «Che c’è?» sussurrò poi al cellulare, osservandosi la linea rossa che le unghie di Calpurnia avevano lasciato ben visibile sul braccio.
«Eh, dottore, mi dispiace per l’ora», rispose con tono lugubre l’ispettore capo Caccialepori, poi come sempre esitò. «Non vorrei aver interrotto qualcosa».
«Hai interrotto il mio sonno, Caccialepori, sono le tre del mattino», ringhiò Nigra, sforzandosi di mantenere la voce bassa. «Che è successo?»
«Un morto, dottore», disse affranto l’ispettore, con ogni evidenza anche lui parecchio assonnato. «Un tizio sentiva rumori sospetti e sparava tre colpi, colpendo il vicino che stava rientrando».
«Gesù, ma perché stai parlando come un verbale?»
«Come dice?»
«Lascia stare. Continua».
«E niente dottore, praticamente questo è tutto. Ha sparato tre colpi in lenta successione e…»
«In che?»
«Lenta successione, dottore. Il contrario di rapida successione».
«Caccialepori. Vabbè, niente. Dov’è successo?»
«Via Fereggiano. Belìn, dottore, proprio vicino al torrente, con quest’acqua che sta venendo giù».
«Ma perché devo venire? La scena mi pare chiara. Arrestate il tizio e domani lo sentiamo in questura. Qual è il problema?»
«Il problema, dottore, è che lo sparatore, sì ecco, insomma quello che dovremmo arrestare dice che lui ha il porto d’armi e ha agito secondo la legge. E io non…»
«Porco Giuda», esalò Nigra. «Ho capito. Abbiamo cominciato», sbuffò, recuperando dal comodino il portatabacco. «Fammi venire a prendere».

Il palazzo era incastrato nel muraglione che scendeva fino al torrente, in una sovrapposizione di cemento inverosimile per una città europea.
Era la parte alta di via Fereggiano, subito dopo la strettoia chiusa tra portici dall’aria trascurata e la vegetazione selvaggia sopra il corso d’acqua. Proprio lì, a intervalli maledettamente regolari, le piogge battenti di stagione e l’incuria provocavano esondazioni, a volte piccole, altre volte tragiche. Sempre, comunque, preannunciate con toni fatalistici e vissute come inevitabili.
L’appartamento di Roberto Carletti era piccolo e ordinato. Il mobilio modesto ma in buono stato, l’assenza di polvere e le pareti prive di quadri, a eccezione di un paio di stampe a buon mercato che raffiguravano panorami genovesi, raccontavano la quotidianità anonima di un impiegato divorziato di mezza età.
Carletti se ne stava seduto al tavolo lindo della sua cucina, le braccia incrociate su una pancia prominente fasciata da una polo appena stinta. Si voltò a guardare Nigra e per un istante parve quasi ammiccare.
Il vicequestore aggiunto, da parte sua, ricambiò lo sguardo con occhi gonfi di sonno, che rendevano ancora più imperscrutabile la sua faccia da poker.
«Legittima difesa, insomma», disse Nigra con tono neutro.
«Belàn, e certo», confermò energicamente Carletti. «Dico, lo ha visto bene quello lì, commissario?»
«Vicequestore aggiunto».
«Scusi. Quello era un poco di buono, un delinquente. Tutti i giorni con la musica alta, gli amici al sabato sera, a ridere e scherzare fino a tardi. Ma che ridi, dico io? Che ci avrai da ridere? Eh, ma io ce l’ho sempre detto, a tutti i condomini, che quello prima o poi ci veniva a rubare in casa. E infatti, guardi un po’».
Nigra si guardò intorno. Nella cucina, con loro due, c’era il solo Caccialepori che prendeva appunti. Gli altri agenti e quelli della Scientifica erano a pochi metri, tra la porta d’ingresso dell’appartamento e le scale condominiali, a delimitare e analizzare la scena, oltre che a tenere distanti i vicini, che si affacciavano attoniti e in pigiama dalle scale.
La porta dell’appartamento aveva la serratura danneggiata e il legno rigato da uno strumento appuntito. Il cadavere era a terra, con le gambe sul pavimento dell’ingresso e il busto e le braccia oltre la soglia, sul pianerottolo. Indossava scarpe da ginnastica, una felpa leggera, un paio di jeans, nelle cui tasche erano stati trovati solo il portafogli e un mazzo di chiavi. Il sangue aveva invaso buona parte dello spazio, creando una macchia impressionante. Il medico legale aveva indicato a Nigra i tre fori di ingresso: a una coscia, a una spalla e poi quello fatale al petto, sparato quasi a bruciapelo.
Il vicequestore fece un cenno di intesa a Caccialepori. «Ispettore, fai il favore. Vai a cercare la Santamaria».
«Comandi, dottore», annuì Caccialepori, un attimo prima di sparire rapido in corridoio.
Rimasto solo con Carletti, Nigra si avvicinò alla porta della cucina e la socchiuse con lentezza. «Senta», sospirò con aria seria. «Fra poco la portiamo in questura e…»
«In questura! Ah!» scattò l’uomo, come sorpreso da una buona battuta di spirito. «Non scherziamo, oh! C’è la legge, adesso. Io ho diritto a difendermi».
Nigra gli si sedette accanto con fare quasi cordiale. «Intendiamoci», disse. «Dal mio punto di vista lei non dovrebbe nemmeno andare a processo. Però, sa. C’è una procedura».
L’uomo sussultò sulla sedia. «Non dal suo punto di vista. Da quello della legge. Questo qui è il mio diritto sacrosanto alla difesa! Come dice il ministro. È una questione di buonsenso».
«Eh, lo so», sospirò Nigra comprensivo. «Da quanto tempo ha il porto d’armi, lei?»
«Da dodici anni», rispose Carletti con orgoglio. «Sono cacciatore».
«Però ha usato la pistola».
«E belàn, non son mica un selvaggio, io. I fucili li tengo sotto chiave, si sa mai».
«E la pistola da quanto ce l’ha?»
«Ah, quella è nuova. Mi sono fatto un regalo», sorrise.
«Da quanto?»
«Giovedì», disse Carletti.
«Mi racconti come è andata».
L’uomo annuì con energia. «È andata che quello mi è entrato in casa. Per rubare e chissà che altro. E allora io ho sparato, belìn. Che altro potevo fare?»
«Certo, capisco», replicò Nigra, appoggiando i gomiti sul tavolo. «Questa legge ci voleva proprio, no? Era ora, giusto?»
«Belìn se era ora!»
«Gli ha aperto lei?»
«Come?»
«La porta, l’ha aperta lei?»
«Come?» ripeté Carletti. «Era entrato, nella mia proprietà, o no? E allora!»
Nigra sorrise, abbassò il tono di voce, come per non farsi sentire da nessun altro, e gli si accostò. «Lo ha chiamato lei, mentre saliva o scendeva le scale. Dica la verità, a me può dirla».
L’uomo aggrottò la fronte. Prese fiato ma poi sembrò ripensarci. «No, no. Non ha visto la serratura? L’ha scassinata lui, eh».
Nigra si alzò e fece qualche passo, poi si fermò davanti a Carletti. «Non aveva addosso, né in tasca né in mano, niente che potesse produrre quei segni sulla porta», disse. «Segni che, invece, mi sembrano compatibili con quelli di un cacciavite. Lei ha un cacciavite, in casa?»
«Come?» ripeté Carletti, sempre più stranito.
«Sono dettagli, niente di che. Un po’ come il fatto che la sua vicina del piano di sopra ha sentito un primo colpo di pistola, e poi, dopo un po’, il secondo e, ancora dopo un bel po’, il terzo. In lenta successione, come direbbe l’ispettore».
Roberto Carletti fece un cenno come per scacciare delle mosche. «E questo che significa?»
«È solo un altro dettaglio. Perché, vede, di solito un uomo che vuole difendersi da qualcuno che lo aggredisce a mani nude spara un solo colpo. Un colpo alla coscia, come in questo caso, fermerebbe chiunque. Se ne spara tre, lo fa solo perché è molto spaventato, e allora in quel caso li spara di seguito, premendo il grilletto a ripetizione. Invece lei, dopo il primo colpo, ha avuto il tempo di fermarsi ma, con calma, ha sparato di nuovo, credo mirando al cuore. Quindi, dopo aver visto che anche il secondo colpo non era stato fatale, si è avvicinato e ha sparato di nuovo», Nigra, prese fiato, tirando fuori il portatabacco dalla tasca del giubbotto. «Si è mosso come un cacciatore. E ha sparato per uccidere, direi premeditatamente. Ma questo lo si deciderà al processo».
«Ma cosa dice? Ma quale processo?» alzò la voce Carletti, e batté un pugno sul tavolo come a ribadire il proprio stupore. «Mica c’è un processo, con la legittima difesa!»
«Dice sul serio?» Nigra sollevò le sopracciglia e fece una specie di risata assonnata, poi prese ad arrotolarsi una sigaretta. «Cioè lei ha veramente pensato che la nuova legge le permettesse di sparare liberamente?»
«Ho capito che tipo è, lei. L’ho capito», Carletti lo indicò, ancora sicuro di sé. «Cos’è, ebreo? O zecca? Che razza di poliziotto è, lei?»
Nigra fece un passo avanti, senza mostrare alcuna alterazione. «Lei credeva davvero che saremmo venuti qui a ripulirle il pianerottolo sporco, come un’impresa di pulizie?» poi chiuse la sigaretta con una leccata rapida alla cartina. «Dia retta a me. Mentre sarà in galera, faccia una cosa. Pensi a Carlo Del Lago».
«Eh?»
«Carlo Del Lago. La persona che lei ha ucciso. Si chiamava così. Aveva una sorella, una madre e solo trent’anni. Era una persona», lo guardò un’ultima volta, poi riaprì la porta della cucina, pronto a uscire da quella casa e da quella notte. «Questo, almeno, lo sapeva?»