La retorica del caso isolato

di Antonio Paolacci

Le parole come “ricordo”, le espressioni come “ha lasciato un segno indelebile”, le parole che alludono a un passato storico che usiamo quando parliamo del G8 di Genova, questo modo di chiudere i fatti in una gabbia a tenuta stagna sigillata dal tempo, sono alcuni tra i più gravi errori che abbiamo fatto anche noi.

Vent’anni, certo sono passati vent’anni. Ma quelli di cui parliamo non sono fatti “vecchi” di vent’anni.
Non riguardano un’epoca dimenticata, superata, circoscritta. Non sono fatti chiusi in un tempo e in uno spazio lontani, relativi a pochi giorni andati, conclusi i quali tutto è finito.
Eppure da allora li raccontiamo così: come qualcosa che è avvenuto una volta e poi più, come un incidente ferroviario, un caso di cronaca nera, un’anomalia nel flusso di eventi altrimenti “normali”.

Ed è questo il cancro dell’Italia, se ci penso. Questa retorica del Caso Isolato, della Mela Marcia. Questa totale assenza di coscienza collettiva sulla realtà sistematica, che invece è quantomai presente e duratura.
In questo lurido e tragico paese facciamo così: chiudiamo i pezzi più importanti della nostra Storia in compartimenti stagni. Così abbiamo fatto con tutto: Piazza Fontana, Bologna, la P2: raccontiamo ogni pezzo del puzzle separandolo dalle altre tessere. Mille volte lo raccontiamo, mille volte lo isoliamo nello spazio e nel tempo, e sempre con le stesse parole, con gli stessi verbi coniugati al passato, come se non ci fosse un quadro generale di cui queste tragedie sono testimonianza e prova.

Il G8 di Genova non è accaduto solo vent’anni fa. Non solo. E non solo perché la mia generazione continua a portarsi dietro le tracce di un trauma personale e collettivo. Non solo perché è accaduta una tragedia inaudita che “ancora” “ricordiamo”. Non solo perché “episodi” che “ricordano” quella tragedia si sono ripetuti con Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, il carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Non. Solo.
Ma anche perché quella tragedia è un pezzo della Tragedia Italia Tutta, e capirla vuol dire trovare la chiave per capire questo presente devastante.

Conoscere e capire quello che è successo vent’anni fa è la chiave per conoscere e capire l’Italia di oggi, e non solo l’Italia.
È la prima tessera di un puzzle che, se ci sforzassimo di comporre, non mostra solo la verità sulla morte di un ragazzo. Non solo la verità sulla Diaz e Bolzaneto. Non solo le responsabilità dirette di agenti e dirigenti.
Non. Solo.

Questo ventennio del G8 va guardato nella sua durata. E allora – e proprio come ventennio – ci racconta tutto. Ci racconta il funzionalmento del potere. E ci racconta però anche il servilismo della gente credulona, rincoglionita dai politici venduti intervistati dai giornalisti leccaculo. E ci racconta quindi anche la mancanza di consapevolezza degli italiani, per vent’anni concentrati a guardare ogni singola tessera del puzzle come fosse un quadro a sé, chiuso in un tempo e in uno spazio senza connessioni con il passato e il futuro.

Vent’anni di una tragedia epocale, che la Storia ricorderà come un punto di non ritorno, ci dicono che in questo paese si è raccontato l’arresto di Licio Gelli come la fine di quel potere oscuro; e che questo è il paese in cui l’omicidio di Pasolini divide il dibattito tra accuse a sfondo sessuale e difese a sfondo letterario, e basta; perché questo è il paese dove per vent’anni, ogni mese di luglio, si litiga sulla distanza effettiva di un estintore da una camionetta durante l’inferno, e sempre con le stesse parole, sempre con la stessa cecità, mentre nel frattempo tutto fa schifo, indisturbato.

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