Musa Juwara, i sommersi e le tifoserie

di Paola Ronco

Secondo i calcoli dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dal 2014 a oggi i morti nel Mediterraneo sono oltre ventimila.
Ventimila, giusto per dare un’idea tangibile, è il numero totale dei cittadini di Ischia, o di Orvieto.
Ventimila uomini, donne, bambini. Tutti morti, annegati mentre tentavano di arrivare in Europa.

Di loro non sappiamo quasi niente. Ci mancano i nomi, ci mancano le storie. I loro parenti non avranno mai un corpo da piangere.
Quelli di cui sono arrivati i resti sono sepolti tra Turchia, Tunisia, Grecia e Italia. Una croce, un tumulo.
A Zarzis, in Tunisia, esiste un piccolo museo della memoria, dove il poeta Mohsen Lihidheb raccoglie gli oggetti restituiti dal mare: un giacchettino rosso, salvagenti, tantissime scarpe e ciabatte.
Al cimitero di Lampedusa le tombe sono segnate da numeri, oppure da scarne descrizioni, corredate dalla data del ritrovamento.
Immigrato non identificato di sesso maschile di circa 20 anni di etnia africana colorito nero
Uomo di circa trent’anni di probabile origine maghrebina
Donna di età compresa tra i venti e i venticinque anni, in stato di gravidanza, di probabile origine sub sahariana
Migrante non identificato

Musa Juwara sarebbe potuto essere uno di loro, e nessuno di noi l’avrebbe mai saputo. E invece, per fortuna, questo diciottenne gambiano, fuggito dalla dittatura a nemmeno quindici anni, da solo, è stato salvato da una ong tedesca nel 2016, è diventato calciatore di serie A e pare sia davvero bravo. Ne stanno parlando in tanti, in queste ore.
Non sapremo mai che cosa sarebbe potuto diventare il quattordicenne del Mali ritrovato in fondo al mare, con la pagella cucita nella tasca della giacca. Una storia straziante, che l’anno scorso ha commosso tante persone.
Non sapremo mai che destino avrebbe avuto la bambina di cinque mesi ritrovata su una spiaggia libica, con addosso una tutina con un coniglietto. Un’altra storia atroce di qualche settimana fa, che però ha commosso meno gli italiani.
L’urto drammatico della pandemia, certo, e le grosse difficoltà di tutti in questo momento storico. C’è anche altro, però. C’è un innegabile calo di attenzione verso i morti del Mediterraneo, che in buona parte è dovuto a un fatto molto semplice e insieme triste: adesso c’è un altro governo, rispetto all’anno scorso.
Fa male, per chi segue questa tragedia da anni, vedere come per tanti sia in realtà una questione di tifoserie, e non di principio.
Fa male, e fa sentire soli, più impotenti del solito.

Nel parlare della storia di Musa Juwara in tanti hanno usato toni lirici, spesso inconsapevolmente da white savior, molto soddisfatti di poter sbattere in faccia alla squadra avversaria la storia di successo di un ragazzo africano. Altri hanno rivolto una pernacchia all’ex ministro dell’interno, che però nel 2016 era solo un consigliere comunale assenteista, che durante le sagre della salamella esortava i suoi compagni di partito a ripulire le città dagli immigrati.
Prima di lui, e dopo di lui, la politica nei confronti delle persone in fuga da guerre, dittature e miseria è sempre stata la stessa, con l’eccezione forse di una dose maligna di paternalismo, altrettanto tossica del disprezzo ostentato da capitan Papeete. L’ex ministro dell’interno si è inventato qualche maniera nuova per torturare le persone, ma è partito da una base molto solida, fatta di accordi criminali preesistenti con bande di predoni libici. Assassini e stupratori, pagati da noi, con i nostri soldi, per fare i kapò di lager atroci, e per impedire alle persone in fuga di venirci a infastidire nelle nostre città piene di decoro.
Un sistema criminale e inaccettabile, che punta a rendere i migranti solo illegali, invisibili, corpi umani da contrabbandare, in modo che non possano trovare un lavoro regolare e finiscano nelle mani delle mafie, pagati pochi euro nei campi o per le strade. Un sistema che fa comodo a tutta l’Europa.

Continuerà così ancora, qualunque sia il colore del governo. Continuerà finché penseremo che ci sono esseri umani, al mondo, che hanno meno diritto di noi di muoversi, spostarsi, cercare un’altra vita, e finché troveremo del tutto normale che il nostro passaporto valga più di quello di un gambiano. Continuerà finché la nostra attenzione sarà selettiva, da pigri tifosi che seguono la faccenda solo per il tempo di fischiare all’avversario. Continuerà fino al giorno in cui ci renderemo tutti conto, finalmente, del crimine immenso che stiamo accettando per preservare una sicurezza posticcia, che non si è mai rivelata tanto ingannevole.

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