Un anno di svolte, un delitto da raccontare: qui è dove ripercorriamo gli eventi che fanno da sfondo al nostro nuovo libro e che hanno segnato un’epoca, preparando il presente.
Il 1991 è l’anno in cui si sono svolti gli eventi che raccontiamo nel nostro nuovo libro, e non è un anno come tanti.
Il 1991 ha segnato un’epoca e più di una generazione. Con il senno di poi, potremmo dire che è stato l’anno in cui tutto iniziava a cambiare, dal modo di fare politica a quello di intendere i ruoli sociali. È stato quindi inevitabile per noi considerare quel momento storico in Rosso profondo, anche perché il contesto sociale e culturale gioca un ruolo fondamentale nel nostro true crime.
L’anno inizia subito col botto.
Il 4 gennaio, più o meno alle dieci di sera, nel centro di Bologna una pattuglia dei carabinieri supera una Fiat Uno bianca, che subito le si accoda. Arrivati al quartiere Pilastro, dal finestrino di quella macchina appare la canna di una carabina semiautomatica Sig Manurhin calibro 222. Una raffica investe il carabiniere al volante. La pattuglia va a sbattere contro una fila di cassonetti, dove viene travolta da una fitta pioggia di proiettili.
Tre carabinieri massacrati a sangue freddo, con il colpo di grazia finale alla nuca, soltanto perché passavano nel posto sbagliato al momento sbagliato: il 1991 inizia con la Strage del Pilastro, l’azione più eclatante e incredibile commessa dalla cosiddetta banda della Uno Bianca, il gruppo criminale che lascerà impietrite moltissime persone, quando si scoprirà che era composto da cinque membri della Polizia di Stato su sei. Cinque “tutori dell’ordine” che tra il 1987 e il 1994 seminano il terrore in tutta l’Emilia-Romagna, compiendo 103 azioni criminali, 102 ferimenti e 24 omicidi.
È una sberla che prende in pieno l’immaginario. Nella nostra ingenuità adolescenziale – abbiamo rispettivamente quindici e diciassette anni – scoprire che il confine tra buoni e cattivi possa essere tanto poco chiaro è una rivelazione. Alla nostra età non possiamo ancora sapere se gli eventi cui assistiamo siano anomalie o il normale svolgersi delle cose. Ci limitiamo a osservare e a farci domande, distratti dagli ormoni, dall’arrogante rigidità delle nostre convinzioni preconcette, dalla forma con cui ci ostiniamo a voler rinchiudere il mondo.

Torniamo a scuola dopo le feste natalizie e siamo in fermento, perché il 2 agosto dell’anno precedente l’Iraq di Saddam Hussein ha invaso il Kuwait, e molte voci parlano di guerra, anche se è da quando siamo piccoli che sentiamo parlare dell’instabilità politica del Medio Oriente: la Palestina, l’Intifada, gli attentati, i dirottamenti aerei, i bombardamenti su Beirut, le facce per noi familiari, viste ogni sera ai tg, di Yasser Arafat, dei mujaheddin, dell’ayatollah Khomeyni. Stavolta, però, in un certo modo, nell’inquadratura compariamo anche noi.
È la notte del 16 gennaio quando le truppe degli Stati Uniti penetrano in Iraq, per quella che viene chiamata Operazione “Desert Storm”. È l’inizio della Guerra del Golfo, la prima di cui vediamo l’inizio in diretta tv: uno schermo nero illuminato qua e là dalle strisce guizzanti dei tracciati verdi, sfocato, spaventoso e insieme troppo simile a quelli dei nostri primi videogiochi pixelati da Commodore 64. Un’indelebile orribile notte, come cantano gli Assalti Frontali nella canzone 1.9.9.1., che solo le radio indipendenti mandano in onda.
Una guerra che porterà noi liceali in piazza, a fare le nostre prime manifestazioni contro lo stesso Paese che ha nutrito i nostri immaginari con telefilm, personaggi epici e musica a fiumi. Per esempio quel tormentone di Bobby McFerrin che ci si conficca nel cervello dal 1988, e continua a fischiettarci nelle orecchie: “Don’t worry, be happy”.

La tv commerciale manda in quei giorni anche la pubblicità dell’ennesimo passaggio televisivo di Yuppies: I giovani di successo. È uno degli ultimi colpi di coda del decennio appena finito, con le sue idee consumistiche che noi, molto presto, nella nostra bolla impegnata di sinistra inizieremo a mettere in discussione ascoltando i Nirvana, i Rage Against The Machine, le posse italiane.
In parallelo, il 31 gennaio si apre a Rimini l’ultimo congresso del PCI, durante il quale il segretario Achille Occhetto presenta la mozione di scioglimento del Partito. È la cosiddetta svolta della Bolognina: il primo passo che porterà il PCI al definitivo suicidio, sancendo la fine del comunismo parlamentare in Europa, con la nascita del Partito Democratico della Sinistra.
Al cinema c’è Nikita di Luc Besson, quando Emilio Fede a Studio Aperto, il nuovo tg di Italia 1, dà la notizia dell’imminente abolizione delle principali leggi segregazioniste in Sudafrica. È la fine dell’apartheid, pochi mesi dopo la scarcerazione di Nelson Mandela. E noi ci sentiamo grandi in un mondo che cresce con noi, come noi, un mondo che matura, mentre la pubblicità di un biscotto fa risuonare il tormentone di un bambino che proclama: Io crescerò, sicuro per il mondo andrò. Ci sentiamo ragazzi che si affacciano a un universo di esperienze e avventure, guardando a ripetizione uno spot che mostra un professore di liceo con un profilattico in mano, che chiede arcigno di chi sia, questo. Siamo noi, le ex-bambine e gli ex-bambini degli anni Ottanta che si alzano in piedi con orgoglio e lo fronteggiano, quel professore scocciante, impettiti contro l’autorità iniqua e obsoleta, pronti a rivendicare il nostro diritto al sesso, il nostro diritto a un futuro diverso.
Intanto, agli inizi di febbraio, davanti a una platea di 500 persone si svolge il primo Congresso della Lega Lombarda. Statuto e atto costitutivo vengono approvati all’unanimità; si stabilisce che nel partito Lega Nord confluiscano i movimenti Liga Veneta, Lega Lombarda, Piemònt Autonomista, Union Ligure, Alleanza Toscana – Lega Toscana – Movimento per la Toscana, Lega Emiliano-Romagnola. A partire da questo anno, la Lega diventa una delle forze politiche più significative del Nord Italia, portando i suoi candidati alla vittoria in diverse amministrazioni locali.
Il 17 marzo, dopo la partita Napoli-Bari, il calciatore più incredibile della storia, lo stesso che ha fatto sognare l’intero sud del mondo, Diego Armando Maradona, viene trovato positivo alla cocaina. La notizia è una doccia ghiacciata: si parla di legami con la Napoli criminale, di festini, di un figlio dimenticato da un uomo che in molti consideravano semidivino, un essere soprannaturale che quando entrava in contatto con un pallone sembrava infrangere le leggi della fisica.

Quando la scuola finisce, ci tuffiamo nelle vacanze. Anche se ancora non ne sappiamo nulla, è questa l’estate in cui nasce il World Wide Web, ovvero internet, con la messa on-line del primo sito web della Storia.
Poi, il 7 agosto, nel porto di Durazzo, mentre la nave mercantile Vlora sta scaricando lo zucchero che ha appena portato da Cuba, viene presa d’assalto da una folla inarrestabile di circa ventimila persone. Uomini, donne, bambini spingono, urlano, si arrampicano, trasformano la nave in un alveare e costringono il capitano Halim Milaqi a salpare verso l’Italia. La nave arriva a Bari il giorno dopo, riversando sulla costa pugliese uno sciame incredibilmente fitto di famiglie slave. È un’immagine potentissima, l’istantanea di un’epoca che segna una svolta nella storia dell’immigrazione in Italia.
Pochi giorni dopo, il governo italiano organizzerà una gigantesca operazione di rimpatrio che includerà anche molti disertori dell’esercito albanese – quindi a forte rischio di essere vittime di rappresaglia: la reazione del paese sarà quasi nulla. E nulla sarà anche la reazione di fronte al commento del primo ministro Giulio Andreotti: “Abbiamo solo due guance, non possiamo porgerne altre”.

Nel frattempo, nella sanguinosa dissoluzione della ex Jugoslavia – con buona pace di chi in questi giorni parla di ottant’anni di armonia in Europa e dimentica sempre gli orrori delle guerre di quegli anni – la Croazia e la Slovenia dichiarano la propria indipendenza.
E il 1° luglio, a Praga, viene ufficialmente sciolto dopo 36 anni il Patto di Varsavia, decretando la fine dell’alleanza militare tra gli Stati socialisti del cosiddetto Blocco orientale, all’inizio del processo che porterà alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Poco più di un mese dopo, e cioè la mattina di lunedì 19 agosto, ci sorprende la notizia di un colpo di Stato a Mosca. Il presidente Mikhail Gorbaciov è stato sequestrato e sostituito dal suo vice Ghennadi Janaev. I carri armati presidiano le strade, in Occidente crollano le Borse e si trema all’idea di quel che potrebbe succedere, specie quando Bush senior chiama il Cremlino e gli sbattono il telefono in faccia. Eltsin sale in piedi su un carro armato e, con un megafono, condanna la Giunta golpista in diretta tv mondiale.
Noi seguiamo le notizie da Mosca quasi con incredulità. Quando hai sedici anni, è difficile pensare che il mondo possa finire nel pieno delle vacanze estive. Ma nella notte fra il 21 e il 22 agosto, Gorbaciov torna in aereo a Mosca e i mezzi blindati si ritirano. Sette membri del Comitato golpista vengono arrestati e il ministro degli Interni si suicida. Il golpe è fallito, l’Unione Sovietica continua a sfaldarsi, fino a sciogliersi definitivamente il 26 dicembre.

Nel frattempo, il maxiprocesso contro Cosa Nostra sta per concludersi a Palermo, e già si sa che la sentenza sarà dura. Per questo, in quello stesso dicembre, il boss Totò Riina pronuncia la sua dichiarazione di guerra allo Stato in una riunione della Commissione, decidendo l’eliminazione dei politici ritenuti inaffidabili, come Lima, i Salvo, Mannino, Vizzini e Andò, e dei magistrati Falcone e Borsellino.
Succede mentre il cinema italiano propone Johnny Stecchino, che usa proprio la mafia per cercare di far ridere; ma anche Il muro di gomma, che ci fa dubitare di vivere in un Paese civile; e Mediterraneo, che – soffiando l’Oscar a Lanterne Rosse – ci incista nella memoria l’immagine di un adulto con una pipa di hashish in bocca che dice: «Se le cose fossero sempre così, che ti portano via le armi e ti lasciano questa roba qua…»

Potremmo dire che nel 1991 la Storia sembra prendere la rincorsa per una serie di balzi che compirà negli anni seguenti. Noi certo non possiamo ancora saperlo, mentre viviamo gli eventi con la normale inconsapevolezza di chi fa parte di un momento storico e dunque non può conoscerne gli sviluppi.
In quel momento ci sentiamo al centro di ogni cosa, ma in effetti la nostra iniziazione alla realtà è appena cominciata.

Lascia un commento