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Come abbiamo deciso di raccontare un delitto reale

L’11 aprile sarà in libreria il nostro romanzo true crime. Si intitola Rosso profondo e qui è dove iniziamo a parlarvene.

Sono giorni convulsi, densi di preoccupazioni per il futuro e di eventi enormi, che troppo spesso ci fanno sentire sopraffatti.

Eppure a volte abbiamo l’impressione che si parli del mondo reale come se si stessero commentando romanzi o scene di un film. Seguiamo le notizie come serie tv, dividiamo spezzoni di realtà in filoni più o meno interessanti: “Hai visto l’ultima del caso Garlasco?”; “Nella Sala Ovale c’è stato proprio un colpo di scena”. La spettacolarizzazione delle notizie, la frammentazione della nostra attenzione e la tendenza a trasformare ogni informazione in intrattenimento hanno reso eventi che ci riguardano trame da seguire seduti sul divano, con il risultato di banalizzare questioni cruciali e di alimentare una dipendenza dall’informazione superficiale.

In passato abbiamo parlato di questa confusione tra fiction e realtà nel nostro saggio Tu uccidi. Come ci raccontiamo il crimine. In questi giorni, alla luce di quelle riflessioni, ci colpisce come il bisogno collettivo di realtà trovi le sue strade tortuose e alla fine esploda, per esempio con il successo inatteso di una serie tv che – finalmente, diciamo noi – racconta un crimine inventato puntando tutto sul realismo. Adolescence colpisce proprio per questo, grazie a una straordinaria capacità di penetrazione nel nostro quotidiano.

Tutta questa premessa, motivata anche dall’ansia e dal senso di inadeguatezza che proviamo di fronte a tragedie immense come il continuo atroce massacro in Palestina, ci aiuta a parlare di come e perché è nato il nostro primo romanzo true crime.

L’idea di scrivere una storia realmente accaduta è nata più di tre anni fa, proprio dal desiderio di esplorare le possibilità narrative che si muovono sul confine tra realtà e finzione. Volevamo scavare a fondo in un caso reale anche per andare oltre quel singolo delitto, per indagare non solo l’evento in sé ma una società in evoluzione, negli anni cruciali che sono stati i primi Novanta.

Abbiamo così potuto ripercorrere le varie tappe di un’indagine durata oltre tre decenni, che si è conclusa – forse per sempre – nei giorni in cui abbiamo finito di scriverla, con l’archiviazione definitiva del caso.

Torneremo ad approfondire diversi di questi aspetti. Per ora ci piaceva l’idea di fare qualcosa che non facciamo spesso, ovvero sdoppiarci e scrivere qualche riga con le nostre voci singole.

Ecco perché qui di seguito le quattro mani ridiventano per un attimo due (alla volta), e vi raccontano la nascita di questo libro in prima persona singolare, dai nostri diversi e personali punti di vista. Questa non è un’anticipazione del libro, che è interamente scritto in terza persona – ma ne riparleremo, anche di questo. Questa è una specie di ghost track.

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Paola

La prima cosa che ricordo è il vestito rosso, poi la sedia. Ho quindici anni compiuti da poco, vivo a Torino e da una settimana ho cominciato la quinta ginnasio. I quotidiani sono una presenza costante nella casa dei miei genitori: “La Stampa” ogni giorno, il lunedì “Stampa Sera”, come per una grande percentuale di torinesi, e la domenica anche “Il manifesto”, perché la nostra è una famiglia di sinistra, e anche andare in giro per il quartiere con un quotidiano comunista sotto il braccio è una precisa scelta di campo.

Il quartiere è quello di Santa Rita, nella zona sud-ovest della città; stradoni alberati, il mercato di corso Sebastopoli, la folla delle devote che ogni 22 maggio si contendono le rose ai banchetti autorizzati, per celebrare la ‘santa dell’impossibile’. E poi, anche, gli stessi negozietti della spesa quotidiana, le lunghe conversazioni con le amiche sulle panchine del parco Rignon, l’autobus numero 58 che porta in centro al sabato pomeriggio.

La vita di questo quartiere è per me, prevedibilmente, molto meno interessante rispetto al resto della città, del paese, del mondo intero; soprattutto ora, soprattutto nel 1991. Succede tutto altrove, e io non posso fare altro che cercare di vederlo, quel tutto, alla televisione, oppure di leggerlo sui quotidiani. Altri mezzi, per me, non ci sono.

Quel giorno è un lunedì, è un pomeriggio; come sempre sono tornata da scuola e ho pranzato, poi ho cominciato a sfogliare il giornale. A casa nostra si guarda poco la televisione, l’ho detto, siamo una famiglia di sinistra.

È quando arrivo a pagina 4 che le vedo: due fotografie accostate, sotto un titolo che non mi resterà impresso nella memoria in alcun modo, e che riscoprirò soltanto trent’anni dopo. Sono le immagini a scavare un solco profondo nell’inconscio. Nella prima c’è un manichino vestito con un abito a balze, ripreso di profilo; la seconda immagine raffigura uno spiazzo desolato sotto un ponte, illuminato al centro da quella che appare evidente come una luce artificiale: in primo piano c’è una vecchia sedia priva di schienale, mentre sullo sfondo si staglia nel buio una figura umana vestita in chiaro, molto simile a un fantasma.

La seconda foto è disturbante, e infatti la sognerò per molte notti pur senza ricordare cosa sia; dovrò aspettare una trentina d’anni per capirlo e ricostruire ogni memoria. La prima foto, invece, è quella da cui parte tutto, ed è anche una contraddizione assoluta, perché è ovviamente in bianco e nero, eppure per me è la foto di un vestito rosso.

Tutta la piccola Torino che conosco parla di quel vestito e di quel rosso.

Chi può essere la donna trovata strangolata sotto il ponte della tangenziale?

È una domanda che occupa giusto lo spazio di poche ore, il tempo di commentare la foggia antiquata di un vestito, e la possibile identità di chi lo abbia indossato nell’ultimo giorno della propria vita.

Non dobbiamo aspettare molto per scoprire chi sia la vittima; nella mia piccola città non abbiamo mai sentito pronunciare il nome di Franca Demichela fino ad allora, ma da quel giorno diventerà una presenza familiare, di quelle che appaiono in tv. Un pantheon sgangherato in cui si alternano senza soluzione di continuità la faccia di Gianni Agnelli come quella di Pietro Maso, Liz Taylor e Alberica Filo della Torre, le vittime, i campioni del mondo, i presidenti del consiglio e le annunciatrici.

Franca Demichela, dunque. Il suo viso volitivo e i vestiti sgargianti; tutto quello che sento dire su di lei, lo scuotere delle teste che sanno, loro sì, come si fa a non finire strangolata e gettata in una discarica.

Franca Demichela che faceva parte di una famiglia molto su e aveva deciso di non conformarsi a nulla; o anche, vista da un’altra angolatura, una donna che aveva molti soldi e pensava di poter comprare tutto, anche i bei ragazzi; oppure ancora, una dama che veniva dai quartieri alti ma aveva deciso di divertirsi nei bassifondi. Franca Demichela è anche il nuovo parametro utilizzato per spiegare a noi ragazzine come sia pericoloso frequentare certa gente, vivere in un certo modo, trattare male il coniuge, essere promiscua. Franca Demichela che non aveva il fisico delle soubrette in stile Mediaset, eppure si comportava esattamente come loro: esuberante, provocatrice, seduttiva. Solo che quelle, le soubrette, erano un oscuro oggetto del desiderio, mentre lei, la donna matura e sposata, era un freak, un’anomalia e anche una molestatrice; una che alla fine, con la sua morte violenta in circostanze sordide, in sintesi doveva essersela cercata.

Una vittima del tutto imperfetta, una figura che non sta in alcuna riga. Quando poi scopro che girava spesso nel mio quartiere il senso di straniamento è totale. Il mondo di fuori, il luogo reale in cui succedono davvero le cose si è fatto un po’ più vicino, e ha affondato qualche radice a due passi da casa mia.

Seguo le prime indagini senza perdere una riga di quello che scrivono i giornali. I confini della mia piccola Torino si sono allargati, ora chiunque ha una teoria su chi sia stato a uccidere la dama in rosso. Chiunque tranne me. Io oscillo, cambio idea, non so davvero cosa pensare.

Seguo ancora a lungo la vicenda, fino alla prima archiviazione. Ogni tanto il caso si riapre, riemerge come un fiume carsico in questa città che nel frattempo muta pelle più volte.

Poi cambio paese, torno, ancora cambio città. Mi capita di nominare Franca Demichela di tanto in tanto, quando si parla di delitti che descrivono perfettamente le epoche e i luoghi. Racconto la sua storia e il suo abito rosso, la cui tonalità in quel momento mi è sconosciuta, e mi rendo conto di come sia stata dimenticata, sepolta man mano da altri delitti più d’impatto, con vittime più docili, più belle, meno controverse. Più vittime nel vero senso della parola.

Poi, di colpo, accadono due cose.

La prima è che con Antonio decidiamo di provarci davvero, a raccontare questa storia.

La seconda è che, nel momento in cui cominciamo a lavorarci, il caso viene riaperto.

Antonio

Ho 17 anni e non so niente. Vivo nella profonda provincia del sud, in una delle zone italiane più lontane da un centro cittadino. Il basso Cilento è un mondo a sé, dove non accade mai nulla. All’inizio degli anni Novanta noi ragazzi lo diciamo sempre; ripetiamo che dobbiamo andarcene, che se resteremo qui non sapremo mai niente.

Una volta, quando ero ancora un bambino, in paese un tizio aveva tirato una coltellata a un altro tizio. O almeno, questo è quello che mi avevano raccontato come l’unico episodio vagamente violento che il comune di duemila abitanti ricordasse. Non era nemmeno una coltellata seria, alla vittima avevano messo in paio di punti di sutura a un braccio e la cosa era finita lì, eppure l’episodio echeggiava da anni come “quel fatto”, l’anomalia.

Funzionava così, la provincia italiana. Continua a funzionare così. È un micro-universo di pace apparente, dove il tempo sembra immobile e da dove si assiste alla Storia con scetticismo e riluttanza, perché qui anche i cambiamenti epocali arrivano in ritardo, come lunghe onde che si spengono sulla battigia già stanche.

Poi, certo, la provincia italiana può essere scossa da un fatto di sangue, capita anche questo. Ma se capita è un evento straordinario, al punto che, dopo un delitto, i nomi stessi dei paesi smettono di essere quello che sono e diventano titoli di storie macabre, non più luoghi ma “casi”: Garlasco, Novi Ligure, Avetrana. Eventi che restano eccezioni, perché per ogni Erba, Brembate di Sopra o Cogne, esistono migliaia di piccoli centri come il mio in cui non è mai successo niente.

L’omicidio, nella mia formazione di adolescente, è qualcosa che sta in una specie di altrove. A raccontarmelo c’è la tv, dove il fatto di sangue avvenuto a svariate centinaia di chilometri da me si mescola a quello inventato e spesso inverosimile di Los Angeles o New York che vedo in chissà quanti film e telefilm. Si mescola, anche, ai delitti che conosco grazie a una trasmissione all’epoca innovativa, che promette di raccontare omicidi realmente avvenuti e rimasti irrisolti come dei “gialli”, letteralmente.

Ogni settimana, il programma ricostruisce un delitto vero, in parte con attori e in parte con ospiti in studio. La peculiarità del format è però anche il telefono, ovvero il fatto che la gente da casa può chiamare in diretta per dare informazioni o dire la sua. Ed è proprio quel programma, Telefono giallo, condotto dal giornalista e scrittore Corrado Augias, che una sera trasmette una puntata intitolata La signora in rosso.

Nel mio immaginario la morte di Franca Demichela si presenta quindi, anzitutto, come un enigma da risolvere, un enigma che ha letteralmente il titolo di un film.

Augias dispone sotto i miei occhi diciassettenni gli indizi in buon ordine, interroga testimoni, pone domande. Mentre approfondisco dettagli, non posso sapere che in quella storia confluiscono idee della società, stereotipi, giudizi sui personaggi coinvolti. Come ogni ragazzo che cresce in provincia nel 1991, non so ancora niente.

O meglio, so cose sbagliate.

So che il mondo divide le donne in tre categorie: quelle brutte, quelle da sposare e quelle ‘pericolose’; e so che quando una di loro – come la vittima di quel delitto – entra nella terza categoria, non può più uscirne, mai più. So che i maschi giocano a calcio e le femmine a pallavolo. So che, quando si passeggia di sera d’estate, i mariti parlano tra mariti e le mogli tra mogli. So che per essere rispettato devo indossare certi vestiti e non altri, ridere di alcune cose e non di altre, seguire un modello, adeguarmi.

Chi nel 1991 ha 17 anni e vive in un paese di provincia viene educato alle relazioni da un contesto che è granitico, atavico, ancestrale. Non importa quanto sia scettico verso la cultura che lo circonda; se osa farsi crescere i capelli o bucarsi il lobo di un orecchio, lo chiameranno ‘ricchione’ e rideranno di lui; se legge libri e porta gli occhiali, se diventa amico della ragazza milanese in minigonna; se esce dallo schema in qualunque modo, è tagliato fuori. E se ne ha consapevolezza può solo fuggire, aspettare che sia finito il liceo e correre via da lì.

Tra le molte cose che non so nel 1991 c’è però anche il fatto che in Italia fuggire dalla mentalità di provincia è impossibile. L’avrei capito solo da adulto che, in realtà, la nostra nazione è costituita nella gran parte da paesini come il mio; che quella delle poche grandi città è cultura metropolitana, internazionale, mentre la maggioranza delle persone che abita la penisola è gente di provincia. E che è la maggioranza a condizionare la narrazione generale.

Trent’anni dopo, quel ragazzino che non sa niente è diventato un uomo che scrive per lavoro in una città del nord; un uomo che scrive anche insieme alla sua compagna libri sul crimine. E quando Paola mi ricorda quel delitto, mi torna in mente quella ‘signora in rosso’ e capisco che la sua triste vicenda ha gettato semi diversi nel nostro immaginario, incistandosi negli anni della nostra formazione sentimentale in modi opposti, eppure portandoci alle stesse conclusioni.

Quello che succede è che decidiamo di dedicare un libro a questa storia proprio quando il caso viene riaperto dalla procura di Torino.

Decidiamo di fare la nostra indagine non da investigatori ma da narratori, perché dietro quella triste vicenda c’è molto più di un assassino da scoprire. C’è un modo di pensare, e c’è un mondo che vale la pena raccontarci.

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Rosso profondo (Ubagu Press) sarà in libreria l’11 aprile.

Potete già preordinarlo nelle vostre librerie di fiducia, oppure in tutti gli store online.

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