di Paola Ronco

La mia relazione con lo yoga è di quelle viscerali, tormentate e infinite; come un fiume carsico che affiora qua e là, da quando ho scoperto la sua esistenza all’età di otto anni – in casa c’era questo libro, Guida pratica allo yoga, di tale James Hewitt, personaggio di cui vorrei tanto sapere di più – fino a oggi.
Oggi, dopo molti corsi presi e mollati, periodi di stop, anni di arti marziali, oggi sono tornata lì, a cercare di capire cosa sia che mi chiama così forte da luoghi e situazioni tanto distanti da me.
Oggi, dopo un anno in cui pratico regolarmente più o meno tutti i giorni, mi ritrovo qui. La prima cosa è che solo oggi, dopo una vita, riesco a stare seduta nella posizione del loto per qualcosa di più di tre secondi. La seconda è che praticare yoga in un periodo complicato, in cui leggo e rileggo David Graeber, è un’esperienza in grado di rendermi felice.
C’è un aspetto dello yoga occidentale che mi ha sempre tenuta lontana da questa disciplina: quell’aura new age da fricchettoni scaduti, quel modo di sorridersi e abbracciarsi che una sociopatica sopporta a fatica, quella superficialità nel dire che è tutto dentro di noi, senza pensare al mondo in fiamme sul quale camminiamo.
La cosa davvero complicata è cercare di accettare il fatto che noi siamo qui, nella posizione del loto, mentre intorno a noi dilagano l’arbitrio, l’ingiustizia e la violenza.
È sempre stato così? Se leggi l’antropologo Graeber vedi che no, la storia delle società umane è una serie di tentativi, esperimenti ed errori, e soprattutto che non è vero che prima, in un’epoca primitiva felice, eravamo in armonia e poi di colpo sono arrivate le gerarchie e le monarchie assolute. Molte società erano strutturate in modi diversi a seconda dei periodi – per esempio durante le stagioni della caccia. La storia umana è piena di esperimenti e aggiustamenti, se solo guardiamo un po’ oltre il nostro orizzonte occidentale ed eurocentrico. La vera domanda da farsi, dice Graeber, sarebbe perché da così tanto tempo sembriamo incastrati in una forma sociale così rigida e che chiaramente non fa stare bene così tante persone.
Ed ecco che, se ti fai questa domanda, ti pare di avere ancora davanti a te infinite possibilità. Ti viene da pensare che magari non domani né tra dieci anni, chissà, ma prima o poi saremo in tante e tanti, sempre di più, a pensare non solo che questo tipo di vita non ci fa stare bene – quello del resto già lo sappiamo – ma anche che non è il nostro destino immutabile, e che non c’è niente di eterno e intoccabile.
Si può fare? E soprattutto, c’entra qualcosa con lo yoga? Probabilmente no, o almeno, di certo non per tutte e tutti. Io per me so che ero certa che non sarei mai riuscita a sedere nella posizione del loto, proprio per una questione mia strutturale; una cosa immutabile, congenita. Oggi, dopo un anno a intignarmici su, posso farlo; per poco e male, certo, ma posso.
C’è questa frase del maestro Iyengar che mi ossessiona e che lascio qui come spunto: “Nello yoga c’è una cosa che dovete ricordare: la parte più debole è la sorgente dell’azione”.
Togli “nello yoga”, e pensa un po’.
(L’immagine invece non c’entra ma mi piaceva troppo. Viene da un docufilm sulle origini dello yoga moderno e sulla figura di Krishnamakharya, che ho guardato ieri sera, un po’ seduta nel mezzo loto e un po’ nel loto intero. Si intitola The breath of gods, si trova su Youtube in inglese.)
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