2–3 minuti

to read

Good Omens: una riflessione sentimentale

di Paola Ronco

In principio era il libro, che poi è proprio uno dei miei libri del cuore di sempre.
Good Omens è il primo romanzo intero che ho letto in inglese, ormai un bel po’ di anni fa. Eterna gratitudine a due mostri sacri come il compianto Terry Pratchett e Neil Gaiman, che hanno alleggerito i primi mesi della mia permanenza in Inghilterra facendomi ridere come una cretina da sola, anche quando avrei solo voluto avvoltolarmi nella nostalgia di casa.
L’angelo tenerone Aziraphale e – soprattutto – l’irresistibile diavolo Crowley sono due personaggi talmente belli, talmente reali, che quando li leggi su carta o li vedi nella serie ti pare ovvio che siano sempre esistiti.
Quando ho saputo che avrebbero fatto la serie tv ho urlato, letteralmente. Quando poi è stata annunciata la seconda stagione l’ho aspettata con la stessa impazienza che avevo ai tempi di Sherlock, eppure ci ho messo un po’ a decidermi di guardarla. La verità è che avevo paura: dopo un inizio così buono il rischio di perdere slancio e ispirazione era altissimo.

Bene, l’ho finita l’altra sera, e adesso sono qui che vorrei andare a citofonare a Neil Gaiman per chiedergli come accidenti ha potuto lasciarmi così sul finale, ma santo cielo (è proprio il caso di dirlo).
A parte le lacrime durante gli ultimi dieci minuti, comunque, Good Omens rimane una delle mie cose preferite di sempre. Sarà l’atmosfera così squisitamente britannica, sarà quel senso dell’umorismo che un po’ ricorda i Monty Python in forma e un po’ è solo e semplicemente Pratchett e Gaiman, sarà che l’eterna battaglia tra il piano di Sopra e quello di Sotto è una roba molto ma molto più profonda di quello che sembra e ci parla forte e chiaro, ricordandoci una volta di più quella vecchia storia delle vie lastricate di buone intenzioni, oltre a tutte le energie che impieghiamo per cercare di stare almeno decentemente in questo viaggio terreno, tra dubbi e tentativi, nell’eterna ottusa convinzione di essere dalla parte dei buoni, anche quando la realtà ci fa capire che le cose sono sempre più complesse di così.
La seconda stagione ha qualche difetto qua e là, è vero. Ma quanto fa bene al cuore seguire questi due tizi improbabili e i loro stupidissimi ex colleghi. E quanto ci piace, sognare una libreria come quella di Aziraphale – che ha, per esempio, una prima edizione dell’Apocalisse di Giovanni autografata dall’autore – e la Bentley di Crowley, pure se l’autoradio ha quel piccolo problema con le canzoni che sappiamo. E poi anche, che senso di rivalsa vedere come il Datore di lavoro più buono al mondo – davvero – e il più cattivo non siano poi così tanto diversi tra loro, perché il problema è sempre lo stesso: le cose vanno fatte e pensate con amore e consapevolezza, altrimenti non funzionano, e il fanatismo del tutto nero e tutto bianco non fa mai finire bene niente – anche se l’angelo Muriel, meravigliosa Ispettore Agente Umana tutta in bianco che guarda estasiata la sua tazza di tè, è diventata il mio terzo personaggio preferito della serie.

Ora però passiamo alla terza stagione rapidamente, per cortesia – ma quanti lacrimoni in quegli ultimi dieci minuti, accidenti. 

Lascia un commento

Scopri di più da Paolacci & Ronco

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere