di Antonio Paolacci

Nasce in un villaggio dell’Ungheria senza elettricità, acqua corrente e telefono. A 4 anni sa già leggere e scrivere. A 21, sposata e madre di una bambina, scappa dall’Ungheria costretta dal marito, per via dell’invasione sovietica. Si stabilisce a Neuchâtel, in Svizzera, dove può solo lavorare in fabbrica. È una migrante, è povera e disprezzata, ha una figlia piccola da crescere. Più avanti dirà che sarebbe stato meglio passare due anni in una prigione sovietica che cinque in fabbrica in Svizzera. Per resistere, racconterà, si dà una disciplina ferrea: studiare più che può, per quanto stanca sia. Impara il francese e scrive continuamente. Non è facile farlo in una lingua straniera, ma questo la porta a pesare ogni singola parola con attenzione estrema. Scrive e cancella, ripulisce, riscrive. È ormai cinquantenne quando manda un breve manoscritto a una casa editrice francese. L’editore racconterà che nel leggerlo resta folgorato, la chiama, le dice: “Lo sa che ha scritto un capolavoro?” E pare che lei abbia risposto: “Sì, lo so”.
Quel manoscritto esce a metà degli anni Ottanta con il titolo Le grand cahier (Il grande quaderno). Seguiranno i racconti La preuve (La prova) e Le troisième mensonge (La terza menzogna). Tre romanzi brevi che insieme compongono oggi la Trilogia della città di K., uno dei libri più potenti del ventesimo secolo.
Questa è la storia.
Oggi fanno 12 anni che è morta Ágota Kristóf.
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