di Paola Ronco

Aprile è un mese crudele, come si dice. Ed è stato nell’aprile di tre anni fa, uno dei più crudeli, che abbiamo perso Luis Sepùlveda.
All’epoca ci fu tutta una polemica che non ricordiamo nemmeno più, su nomi e foto sbagliate; uno dei tanti sprechi di tempo ed energie con cui colmiamo vuoti e paure.
Tre anni fa ho scritto questo ricordo. Sembra passato molto più tempo, purtroppo.
Tutta la mia adolescenza, o quasi, l’ho passata leggendo romanzi sudamericani. Prima c’è stato l’amore deflagrante per Garcìa Màrquez, poi Jorge Amado e le sue terre del finimondo, poi i pianti d’amore e ombra con Isabel Allende. Poi sono arrivati Daniel Chavarrìa, l’adorato Paco Ignacio Taìbo II e Luis Sepùlveda. Leggevo loro, e insieme leggevo Sulla Sierra con Fidel.
Avevo questa immagine di un Sud America pieno di guerriglieri eroici, irresistibili e completamente pazzi. Un continente abitato per sempre da Aureliano Buendìa, dal Che, da Salvador Allende, dal subcomandante Marcos, in perenne lotta contro le facce da teschio dei generali, i loro garage degli orrori e gli aerei della morte.
Ho una memoria indelebile della me stessa ventenne che legge La frontiera scomparsa, e quando arriva alla scena in cui Sepùlveda viene mandato via dal Cile, e in aeroporto viene salutato da suo padre con il pugno chiuso, scoppia in uno di quei pianti che solo certi grandi romanzi possono provocare.
Un paio d’anni dopo questa lettura è il 2001, e io sono in Inghilterra quando a Genova c’è la mattanza del G8. Riesco a tornare solo a settembre per qualche giorno (torno esattamente il giorno 11, ma questa è un’altra storia), e per la prima volta dopo mesi vedo i miei genitori, che a Genova ci hanno rimesso un paio di costole e ancora tremano a parlare di quei giorni. La prima volta, nella mia vita, in cui capisco nel profondo la loro fragilità; la prima volta in cui li vedo come dei compagni di viaggio, reali e amati.
Sono giorni brevi, intensi, in cui sembra che ogni cosa sia crollata. Quando devo andare via provo un dolore quasi fisico; all’aeroporto mi volto un’ultima volta a guardare i miei, non so quando riuscirò a tornare, voglio portarmi nella memoria le loro facce. E’ in quel momento che mio padre, che due mesi prima ha urlato addosso agli elicotteri da cui buttavano i lacrimogeni, mi fa un sorriso enorme, da eroe sudamericano o da pazzo, che poi è la stessa cosa, e solleva il pugno lì, in mezzo all’aeroporto, in pieno post 11 settembre.
Saltello fino ai controlli che sto ancora ridendo d’amore e di gratitudine, gli occhi lucidi e la certezza che a volte davvero la realtà copia a piene mani dai romanzi sudamericani, per fortuna.
Tutta questa gigantesca premessa, molto sudamericana, per dire che a me non ha scandalizzato così tanto l’errore sul sito di notizie, commesso probabilmente da un tizio precario e sottopagato, di quelli che Sepùlveda avrebbe difeso. Sono cose che succedono, quando si lavora male e da sfruttati, e non tutti hanno la stessa cultura.
Non mi hanno nemmeno infastidito più di tanto i soliti brillantoni che, siccome non amavano Sepùlveda, hanno sentito il bisogno di spargere cinismo e battute ovunque.
Quello che ho ricevuto in dono durante tutte le ore passate a leggere Sepùlveda rimane lì, comunque e per sempre, e spero davvero che capiti a tutti, prima o poi, di incontrare un raccontastorie capace di far dimenticare i ditini alzati e le arguzie. Ne abbiamo tutti un gran bisogno, di storie da ascoltare intorno al fuoco
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