La non censura della Disney è il canto del cigno del giornalismo italiano

di Antonio Paolacci

Prima di tutto: cosa è successo?

Come già accaduto con altri film “classici”, in questi giorni, sul sito della Disney, la visione di tre vecchi film per bambini – Gli Aristogatti, Peter Pan e Dumbo – viene preceduta da una scritta: l’avvertimento che alcune immagini o scene potrebbero offendere alcune popolazioni, etnie o culture. 
Inoltre, i tre titoli sono stati spostati nello scaffale dei film destinati ai maggiori di 7 (sette) anni. 

[Breve parentesi. Uso il termine “spostati” e non “censurati” perché conosco la lingua italiana, e mi intendo abbastanza di comunicazione da sapere che l’uso dei termini ha un impatto sulla percezione di chi legge. “Censurare” significa impedirne la visione. Invece, questi film sono stati solo spostati, un po’ come fa un libraio che sposta Pinocchio dallo scaffale con l’etichetta “0-3 anni” a quello che dice “8-12 anni”. Uno spostamento che, infatti, al contrario della censura, non vi vieta di comprare Pinocchio per leggerlo a vostro figlio di tre mesi, anche se non ci capirà una fava.]

Raccontato in modo onesto – e cioè senza dietrologia o proiezioni, ipotesi, paranoie – questo episodio è quindi semplice, nonché in apparenza piuttosto innocuo. 
Cose del genere accadono da sempre, sebbene per motivi diversi. La scelta della fascia d’età è di fatto solo un suggerimento. La scritta che precede un video non è tanto diversa da quelle che avvertono, per esempio, che quanto sta per scorrere sotto i nostri occhi è frutto di fantasia o potrebbe turbare i più sensibili o è eseguito da professionisti e quindi è meglio non provare a ripeterlo a casa. 

Il motivo per cui la Disney fa questa cosa lo vedremo dopo, così come dopo parleremo dei motivi delle reazioni. 
Per ora fermiamo nella memoria solo i fatti: la Disney suggerisce la visione di tre vecchi film ai maggiori di 7 anni, avvertendo che alcune loro scene contengono rappresentazioni che possono offendere etnie e culture diverse dalla tua. 

Come la raccontano i giornali italiani?

Così: 
“La cancel culture colpisce ancora”; “La Disney censura tre grandi classici che abbiamo visto tutti”; “Dumbo vietato ai minori”. Dalle colonne del Corriere della Sera, il critico Maurizio Porro (zio dell’omonimo Nicola) tuona: “Disney ha deciso di cavalcare il più estremo dei «politically correct»”. E ancora: “La Disney censura le sue pietre miliari” (Vanity Fair); “Disney censura i grandi classici” (Il Giornale). Sulle testate ancora più discutibili, poi, si scatena l’inferno: “Follia politicamente corretto: Disney mette al bando Dumbo, Peter Pan e gli Aristogatti” (La Pressa); “Disney censura tre cartoni animati in nome del politicamente corretto “ (Byoblu). Ma attenzione anche a testate come il Sole 24ore, che già a giugno dello scorso anno annunciava il falso: “5 cartoni Disney che non vi faranno più vedere”. 

Ma perché il giornalismo italiano dia la notizia in questo modo, al momento a me non interessa. 
Proviamo invece a capire quali sono le conseguenze. 

Perché la Disney ha fatto questa cosa? 

Consideriamo l’ipotesi dei giornali. 
Le parole “censura”, “vietato”, “cancellazione” dicono che quei film “non li vedremo mai più”. E questo – leggendo poi gli articoli – chiaramente non è affatto vero. 
In ogni caso, ci sarebbe in atto una crociata contro ogni minima rappresentazione vagamente razzista, sessista o omofoba, una crociata che è “sfuggita di mano” arrivando a colpire anche film innocenti. 
Chi guida questa crociata? Quali sono i suoi scopi? Perché è sfuggita di mano? Chi ci guadagna? 
Beh, tutto questo non è chiaro, ma ci torniamo dopo. 

L’altra ipotesi – un po’ più logica, meno fumosa e più legata ai fatti reali, ma che i giornali non scrivono – è che un’azienda che produce e vende film ha adottato una precisa politica aziendale. La sua mossa è rivolta a persone appartenenti a etnie o culture che un tempo venivano rappresentate in certi modi. Lo scopo è quello di non offendere parte del pubblico, in modo da non perderlo. 

Pensiamoci un attimo. 
Un recente studio condotto negli Stati Uniti ha appurato che le percentuali di etnie non bianche presenti sul suolo americano sono in crescita esponenziale negli ultimi decenni. 
(Va da sé che, se siete razzisti, questo dato di fatto storico vi fa torcere le budella. Ma io do per scontato che non siate affatto razzisti, come infatti dite sempre, e che quindi prendiate questo dato per quel che è, ovvero appunto un dato storico.)

Le etnie diverse da quelle bianche stanno diventando sempre più influenti numericamente. Costituiscono quindi una percentuale in crescita anche nella massa dei consumatori. E di conseguenza, le aziende iniziano a tener conto anche dei loro bisogni, dei loro fastidi, della loro esistenza. Ma soprattutto: le aziende hanno assunto queste persone anche nel loro organico. 

Il che vuol dire che fino a ieri non lo facevano. 
Fino a ieri, l’etnia bianca dominava il mondo della cultura e quello dell’economia. E per questo si percepiva il centro del mondo. Oggi le tocca fare i conti con il fatto di non esserlo. 
Le leggi di mercato seguono la maggioranza, ben più di quanto la segua la politica. E oggi accade questo. Accade che a differenza del passato, anche chi non è bianco conta. 

Certo, nemmeno nel secolo scorso un orientale o un nero che guardavano un cartone insieme ai loro figli avevano piacere nel vedersi dipinti come anomali, buffi, strani. Ma all’epoca venivano zittiti prima ancora di provare a lamentarsi. Oggi invece possono farsi sentire, e anzi, possono decidere loro stessi i palinsesti. 

Dunque fissiamo queste due ipotesi: 

1. La differenza rispetto al passato potrebbe essere che si sia instaurata una sorta di dittatura culturale delle etnie non-bianche, una dittatura guidata da aziende che auto-censurano arbitrariamente opere innocue da esse stesse vendute.

2. Oppure la differenza potrebbe essere che in passato molte persone offese non avevano il peso che hanno oggi, perché all’epoca la cultura era dominata da maschi bianchi eterosessuali, che raccontavano al mondo di essere gli unici “normali”.

Decidete voi quale delle due ipotesi vi sembra più logica. In entrambi i casi, comunque sia, è possibile e doveroso farsi la Grande Domanda che segue.

Dove finiremo di questo passo? 

La paura che al momento impazza sulla stampa potremmo sintetizzarla così: 
Se censuriamo [sic] una scena di un film per bambini che rappresenta i cinesi come dei tizi strani, allora dovremmo censurare [sic e ri-sic] anche Lilli e il Vagabondo perché mangiano spaghetti in modo non igienico; oppure “Biancaneve perché convive con ben sette nani” (parole dello zio di Porro). 

Ma il fatto è che qui, su questo punto apparentemente semplice, entriamo in un campo minato, dove le mine sono proprio le parole che vengono usate per porre la questione. 
Le parole-bomba sono “censura”, “vietato”, “cancellazione”. 

Nella tua testa, queste parole evocano immagini precise, immagini che ti suscitano inevitabilmente l’istinto di difendere i film da una sorta di distruzione immaginaria (appunto) a cui sembrerebbero destinati. 
Se pensi che “vietare” Dumbo non sia giusto, è solo perché è stata usata la parola “vietare”. 
Se la stampa avesse usato la parola giusta, ovvero “spostare”, non vedresti alcun pericolo. Né ti verrebbe mai in mente che allora, ehi, si dovrebbe “spostare” anche Biancaneve. 

Dumbo, Gli Aristogatti e Peter Pan sono lì, sul sito Disney proprio come prima. 
Puoi vederli tu, possono vederli i tuoi figli dai sette anni in poi e – udite, udite – siccome hai tu il telecomando, se vuoi farli vedere a tua figlia cinquenne, puoi farlo. 

Solo, a precederli c’è una semplice scritta che spiega – in modo anche troppo riduttivo – che state per vedere degli stereotipi. Una scritta che non può fare alcun danno né a te né ai tuoi figli. E anzi, può perfino aiutarti a rispondere a tua figlia, il giorno in cui dovesse portare a casa i suoi amici afrodiscendenti e ti chiederà: “Papà, mamma, ma perché ai vostri tempi certe persone le facevano barlare gosì?” 

Quindi no, non preoccupatevi di perdere dei vecchi film. 
Piuttosto preoccupatevi di quanto sia inculcata nella testa dei nostri giornalisti l’idea bislacca di appartenere all’unica etnia e all’unica cultura che li guarda, quei film.  
E preoccupatevi soprattutto del potere della stampa, che riesce a pilotarvi le idee con parole false, evocando immagini di fantomatiche dittature culturali, inesistenti organi censori e roghi che nessuno si è mai sognato di fare, mentre ad andarsene in fumo era solo il nostro diritto all’informazione. 

7 Replies to “La non censura della Disney è il canto del cigno del giornalismo italiano”

  1. 45 minuti di applausi 👏 e 5 minuti per una piccola considerazione: ha veramente senso importare il concetto americano di “White race” e “white privilege” nel contesto europeo, dove dalla fine della seconda guerra mondiale si parla proprio di etnie e non di razze per un motivo?
    Ciò non toglie che il target dei giornali sia comunque una certa parte della popolazione la quale si ritrova in un certo contesto socio-culturale, ma descriverla semplicemente come razza bianca mi sembra riduttivo e impreciso, specialmente se consideriamo che (a proposito di Aristogatti con la coppola) ai tempi delle emigrazioni italiane di massa dei secoli scorsi gli americani non ci ricambiarono di certo il favore ( “not white” scrivevano sui visti mi pare?).

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  2. Ah e ne tantomeno sto dicendo che non ci sia il razzismo da queste parti, giusto per essere chiar, ma se proprio si continuano ad usare i termini di quel vocabolario non andiamo da nessuna parte…

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  3. Già Porro mi fa pensare a una nobile cipolla, lo zio poi a un anziano cipollotto, che affettato porta alle lacrime.
    Se uno non intende il discorso ottimizzante della Disney è bene che s’interroghi sul proprio ruolo di comunicatore.
    Per dirne una: tutta la filmografia western ha l’ottica di parte yankie, film che considerino la dignità e le offese agli indiani, meglio: i civilissimi nativi, sono purtroppo molto successivi.
    Altro esempio. Il titolo italiano del film Ombre rosse (1939) in americano era: Diligenza (carrozza per lunghi viaggi), la connotazione data dal titolista (il Porro della situazione) è addirittura negativa per i nativi d’America, eravamo al culmine del fascismo nostrano, con l’esaltazione della razza bianca.

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  4. Riflessione molto interessante e, finalmente, pacata quasi serena pur nell’urgenza delle argomentazioni.
    Molta stampa, sempre di più, cerca la notizia nelle parole che mette in vetrina e, talvolta, le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzione: penso a “Domani” e a “Il Fatto Quotidiano”. Altre testate mi paiono innominabili. Molti sembrano sostenere: se non urli non hai ragioni, e non ti farai sentire. Spero riusciremo a “urlare sottovoce”.

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